La commemorazione dei defunti, benché ricorrenza arcinota, non gode di buona fama. Si sa che c’è, che prima o poi arriva ma, quando è il giorno, si spera trascorra il più in fretta possibile. E’ una sorta di ospite ingombrante e sinistro del calendario. D’accordo, ma che diamine ha di così poco piacevole il 2 Novembre? Semplicissimo: parla della morte. E’ cioè un appuntamento che a sua volta rinvia all’ultimo o, per chi crede, al penultimo, quello al quale altri ci hanno preceduto e da cui non si scappa. Una sorta di cupo promemoria; il che – per ragioni fin troppo ovvie – mette ben poca allegria.

Tra l’altro, la morte è anche la bestia nera di certa cultura laica. Non per nulla pochi intellettuali da secoli ne parlano e, per lo più, sempre di sfuggita. Pure i più celebri. «Non sono molti ad aver letto le oltre diecimila pagine a stampa che compongono l’opera omnia di Karl Marx», ricorda a tal proposito Vittorio Messori, «e chi le ha lette può testimoniare che, in quei milioni di righe, tre – tre soltanto – sono dedicate al morire […] Il silenzio, l’imbarazzo, la fuga sono così evidenti e plateali che c’è quasi disagio nell’additarli» (Scommessa sulla morte, Sei, Torino 1982, pp. 25-26). Dimenticanza casuale, quella degli intellettuali per la morte? Ovviamente no.

Tuttavia anche il commemorare i defunti – cui la Chiesa oggi con forza ci chiama – presenta aspetti, se non esplicitamente positivi, almeno da rivalutare. Anzitutto perché ricorda a ciascuno di noi che, sì, la morte c’è, ma non è tutto: altrimenti che senso avrebbe pregare per i defunti? Lo si fa perché loro, ovunque si trovino, hanno bisogno di noi. Ed hanno bisogno di noi perché ancora, da qualche parte, vivono: non esattamente una pessima notizia, no? I nostri cari sono certo lontano, ma non si sono persi nel cosmo profondo. Sono sopravvissuti e grazie a Dio possono captare, beneficiandone, i nostri messaggi.

Commemorare i defunti, vedere materialmente dove sono sepolti aiuta poi pure noi stessi nel senso che ci restituisce – depurata da pensieri minori – la nostra finitudine, la consapevolezza che si è tutti quanti di passaggio, e il solo modo possibile per lasciare, un domani, traccia di noi, paradossalmente, è non pensare a noi svuotando le tasche da sciocche ambizioni, zavorre che ci frenano nella corsa verso traguardi degni di questo nome e verso la possibilità che in questo giorno, fra molto tempo, rimanga ancora qualcuno, quaggiù, a disposto a ricordare chi eravamo e a farlo con pari convinzione.

Ecco che allora, da un appuntamento apparentemente solo triste – per non dire di peggio – quale quello odierno, possono riemergere consapevolezze importanti, utili a prepararsi a vivere, a non perdere più tempo o, meglio, a non pensare di averne tanto per poi lamentarsi di averne avuto poco. L’illusione dell’immortalità nella quale si è soliti cullarsi infatti non farà che accrescere, una volta sfumata, il senso anzi il terrore della mortalità che contrassegna ognuno. Viceversa è proprio riflettendo sulla mortalità – nostra e dei nostri cari – che oggi si può ritrovare appetito per quell’eternità per cui siamo fatti, impasti di cenere e infinito che non siamo altro.

Giuliano Guzzo