Da giorni, i tormentoni sono quei «pennivendoli e puttane» (Di Battista) e «infami sciacalli» (Di Maio) grandinati dai 5 Stelle sui giornalisti. Buona parte dei quali non ha perso l’occasione per inscenare un piagnisteo che non ha tenuto però conto di alcuni piccoli dettagli. Il primo riguarda il fatto che quelle espressioni, certo non lusinghiere, non riguardavano in realtà una categoria e neppure una parte della stessa, bensì la «stragrande maggioranza» di coloro che si sono occupati senza eccedere in garantismo, per usare un eufemismo, della vicenda giudiziaria di Virginia Raggi. Dunque una pattuglia di cronisti, a farla grossa. Lo preciso non per amore di turpiloquio, ma di verità.

Il secondo particolare sfuggito a molti giornalisti che pure, essendo del mestiere, dovrebbero saper distinguere le parole dai fatti, consiste nell’ipocrisia determinata da una levata di scudi che oggi c’è, ma ieri – quando la situazione era ben più seria – non c’era. A cosa alludo? Ma alla serie impressionante di giornalisti di stampa e televisione in dissenso dalla linea governativa (Bianca Berlinguer, Nicola Porro, Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Massimo Giannini, Alessandro Giuli) ai quali, prima del referendum costituzionale del dicembre 2016, toccarono avvicendamenti, spostamenti quando non addirittura licenziamenti. In altri tempi si sarebbe gridato all’editto fiorentino, ma quella volta quasi nessuno fiatò.

Come mai? Non vale più un siluramento di una evanescente sfuriata? E non è più preoccupante l’allineamento forzato della stampa da parte del potere, di uscite pur deprecabili di esponenti dello stesso contro, appunto, la stampa? Non lo so, a me pare che alla fine i non tornino. E mi sembra paradossalmente più il caso di prendere le parti dei Di Battista e dei Di Maio, pur censurabili, rispetto a quelle di quanti quando è il momento tacciono, pur censurati. Ad ogni modo, la giusta risposta a chi si è stracciato le vesti per le dichiarazioni grilline è arrivata quando Lele Mora, ieri sera su Retequattro, ha dichiarato che sarà il nuovo direttore de L’Unità. Si potrà infatti negare che il giornalismo sia composto da puttane, ma non che là stia andando.

Giuliano Guzzo

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