cake

 

 

 

 

 

La vittoria dei sì, in Irlanda, al referendum per il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è una vittoria dei diritti: le unioni civili esistevano già dal 2010, e le adozioni anche a coppie omosessuali sono state approvate nell’aprile di quest’anno. Dispiace quindi deludere coloro che stanno festeggiando una “conquista” che, di fatto, già c’era: non è mai bello arrivare in ritardo a un party, ma sono cose che capitano. Ma allora che vittoria è stata, quella dei sì al referendum irlandese? Semplice: non è stata una vittoria. Più che altro, una sconfitta. Non dei diritti ma dei doveri, il primo dei quali è chiamare le cose con il loro nome, tanto più se si tratta di un istituto fondamentale come il matrimonio. L’Irlanda dei progressisti scatenati e dei cattolici tiepidi, con il voto di venerdì, è venuta meno – accodandosi ad oltre una ventina di altri Paesi – a questo dovere. Come se la realtà fosse una questione di numeri. Come se il buon senso fosse materia di dibattito. Come se si potesse votare, un domani, sul fatto che il Sole sorge ad est e che, direbbe Chesterton, le foglie sono verdi d’estate. Che terribili sconfitte possono essere, quelle che la maggioranza considera vittorie.

Annunci