famiglia-tradizionale

Il tempo passa ma l’obbiettivo della grande stampa rimane lo stesso: far passare la famiglia fondata sul matrimonio – e definita “tradizionale” quindi brutta poiché in antitesi con l’equazione progressista fra Nuovo e Buono – come un reperto archeologico, un fossile, un valore per pochi irriducibili cultori del passato. Un obbiettivo che, da buoni sacerdoti del Pensiero Unico, al Corriere della Sera perseguono con quotidiana ostinazione. Anche a costo di servire a propri lettori non solo notizie non proprio esatte, ma pure bufale di prima qualità. I lettori più attenti del blog ricorderanno un articolo dell’agosto 2012, ancora oggi visibile sul portale Corriere.it, che esordiva con una frase allucinante: «La famiglia uccide più dei criminali». Si parlava di reati, omicidi e violenze dando la responsabilità del tutto all’istituto familiare. Nel nostro piccolo provammo a ricordare che fior di ricerche in realtà attestano una correlazione positiva tra famiglia e riduzione sociale del crimine (Criminology and Criminal Justice, 2011) – riduzione che arriverebbe a meno 35% (Criminology, 2006) -, ma chissà quanti se la sono bevuta, la bugia del Corriere.

Corriere che ieri è tornato alla carica con un pezzo che sin dal titolo prometteva scintille. Ovviamente contro la famiglia: «La rivincita dei single: “Figli felici anche con un solo genitore”. Non è la composizione della famiglia a incidere sul benessere del bambino ma la qualità della relazione all’interno del nucleo familiare». A giustificare questa scoppiettante introduzione, i risultati di un’indagine svolta dall’Istituto di ricerche britannico NatCeh che, analizzando i dati del “Millennium Cohort Study”, progetto multidisciplinare che nel 2008 ha interessato quasi 12.300 bambini, ha concluso che ciò che conta per un bambino è la qualità relazionale delle famiglia e non la sua composizione. Grande notizia, si dirà. Certo: peccato che non sia vera o comunque non tale da giustificare il pensionamento della famiglia. Infatti sfogliando le 150 pagine del report in questione si notano diversi aspetti estremamente interessanti. Anzitutto due: 1) il matrimonio e la stabilità affettiva giocano ancora oggi un ruolo fondamentale nel benessere individuale (p.24) – alla faccia dell’inesistente «rivincita dei single» -; 2) l’indice di benessere dei bambini coinvolti è stato ricavato dalle loro risposte, benché avessero appena sette anni (p.29).

Il passaggio cui il Corriere ha fatto riferimento per il suo “scoop” si trova pagina 40, e recita così: «Having one parent or two at home did not impact on how happy or worried hildren reported feeling, so long as they had a parental figure». Poco importerebbe, dunque, avere o meno due genitori. La notizia quindi c’è? Nient’affatto. Tanto per cominciare perché gli stessi autori, nel report, sottolineano di aver costruito i loro indici di benessere sulla base limitata di risposte, ragion per cui invitano ad una prudenza che, a quanto pare, al Corriere non conoscono. Un secondo profilo considerare è quello dell’età: siamo sicuri che ad appena sette anni i bambini che vivono soli con una madre o con un padre abbiano totale consapevolezza e soprattutto non alcun abbiano condizionamento nel dire come si sentono? E ancora, terzo nodo critico, come si fa a stabilire con certezza che il benessere dichiarato da dei bimbi a sette anni di età – anche andando oltre l’invito alla prudenza degli autori dello studio e sorvolando sull’ipotesi di un condizionamento nelle risposte da parte dei bambini – corrisponda al loro effettivo benessere una volta che saranno divenuti adulti o anche solo adolescenti?

Se solamente ci limitiamo ad una panoramica di studi sui ragazzi cresciuti in assenza di una figura paterna, scopriamo per esempio come costoro abbiano fatto registrare criticità in termini di maturazione problematica (Journal of Marriage and Family, 2006), maggiore aggressività comportamentale (Journal of Abnormal Child Psychology, 1995), scarso rendimento scolastico (Center for Research on Child Wellbeing, 2002), problemi psichiatrici (Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 1988), attività sessuale precoce (Journal of Marriage and the Family, 1999) e abuso di alcol e marijuana (Adolescence, 1995). Sarebbe insomma opportuno andarci piano, prima di sentenziare che «non è la composizione della famiglia a incidere sul benessere del bambino». La materia, del resto, si configura come assai complessa, tanto che gli stessi autori della ricerca in oggetto, lo abbiamo visto, hanno scelto di essere prudenti nella consapevolezza dei limiti del loro lavoro, che ha inteso analizzare dati precedentemente raccolti non certo contestare fiumi di letteratura scientifica sull’importanza di crescere con un padre ed una madre; senza che questo comporti di per sé beatitudine ovviamente, ma come premessa educativa fondamentale. Ma tutto questo sfugge – non è chiaro se volutamente o meno – al Corriere, che quando si tratta di famiglia, non da ieri, ha una sola missione: spararla grossa.

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