papa

Da piccolo non comprendevo la differenza fra Papa e papato, pensavo fossero la stessa cosa. E a lungo ho creduto non potessero susseguirsi diversi papi, perché credevo ve ne potesse essere solo uno, per sempre. Il motivo di quella mia infantile confusione – oltre alla mia ingenuità – era lui, Karol Wojtyła (1920-2005). Giovanni Paolo II è stato infatti il Papa con cui, al pari dei miei coetanei, sono cresciuto. La sua figura, ai miei occhi di bambino, aveva familiarità quasi domestica, benché in casa mia sia entrato sempre e solo attraverso la televisione, soprattutto la domenica mattina. E quando morì, alle 21:37 di quel 2 aprile 2005, per me – come immagino per molti della mia generazione – fu come perdere un padre. Il dolore per quella perdita fu tale che decisi di conservare i giornali dell’epoca, quasi a voler ricordare a me stesso la tristezza del momento, il dispiacere e le lacrime.

Del resto, a testimoniare la statura di quel Papa da poco scomparso – in aggiunta alle sue 14 Encicliche e alle tante, indimenticabili omelie – c’erano numeri che impressionano ancora oggi: in un pontificato lungo 26 anni 5 mesi (il più lungo di sempre dopo quelli di San Pietro e Pio IX), visitò 132 nazioni estendendo i rapporti diplomatici della Santa Sede (che quando morì interessavano 174 Paesi, mentre quando fu eletto appena 85) e con viaggi che spesso erano delle autentiche maratone (in 13 giorni, nel 1986, percorse 48.974 km fra Bangladesh, Singapore, Nuova Zelanda, Australia, Isole Seychelles) per un totale di oltre 1 milione di chilometri: 1.170.000, per l’esattezza. Ci sarebbe inoltre tutta una serie di altri primati – incalcolabile il numero di giovani incontrati alle Giornate Mondiali della Gioventù da lui volute -, ma crediamo che quanto ricordato renda già l’idea delle imprese di quest’uomo e della sua infaticabile volontà di portare Cristo in tutto il mondo.

In ogni caso non possono essere i numeri a raccontare compiutamente chi fu Giovanni Paolo II, quel Papa «venuto dal lontano» che si presentò da subito con umiltà straordinaria – «Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete», disse il 16 ottobre 1978 nel suo primo saluto ai fedeli – e che traghettò la Chiesa oltre il 2000, l’Europa oltre il comunismo e chissà quanti milioni di giovani e meno giovani fino allo sguardo misericordioso di Gesù e della Madonna. Il suo insegnamento da Papa fu coraggioso come la sua esistenza (fu seminarista clandestino, si oppose agli abusi della tirannia comunista a Cracovia e quando partì per poi essere eletto Papa un pezzo grosso del Partito lo minaccio: «Vada, vada, al suo ritorno faremo i conti») e coerente all’insegna di un Cristianesimo capace di parlare all’umanità consapevole di sfide anche impopolari, come la difesa della vita e della famiglia.

Impossibile, qui, non ricordare l’Evangelium Vitae del 1995, un documento straordinario nel quale, accanto alla cristallina ed inappellabile condanna all’aborto, si leggono commoventi parole anche per loro, le donne: «Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto.La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata». «In realtà – aggiunse – quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità». Quelle parole non furono però un caso dal momento che i discorsi di Wojtyła furono letteralmente costellati di riferimenti alla dignità della donna.

Denunciò – sconfessando la presunta misoginia della Chiesa – «molte forme di avvilente discriminazione che colpiscono e offendono gravemente» le donne, soprattutto «le spose che non hanno figli, le vedove, le separate, le divorziate, le madri-nubili» (Familiaris Consortio, 15 dicembre 1981, n. 24). Ma lo fece – giustamente – segnalando anche il pericolo di «un indebito appiattimento dei ruoli» che «oltre ad impoverire la vita sociale, finirebbe con l’espropriare la stessa donna di ciò che le appartiene in modo prevalente o esclusivo» (Angelus, 14 agosto 1994) e le derive di «rivendicazioni e proposte, giustissime in partenza» ma che poi cedono «il posto a degenerazioni di esacerbata polemica o di arbitraria e innaturale proclamazione» (Al Centro femminile italiano, 7 dicembre 1979) e dimenticano che «il cuore della madre è sempre il cuore del focolare […] Grazie alla madre, che deve essere padre e madre, si mantiene la continuità del focolare, è garantita l’educazione dei figli» (Compostela, 9 novembre 1982).

Uomo di grande preghiera – teneva continuamente il rosario nelle mani e, fin da giovane, amava pregare ore ed ore disteso per terra davanti all’altare -, fu vittima di un attentato misterioso – era il 13 maggio 1981, casualmente giorno della festa della prima apparizione di Fatima, Alì Agca venne bloccato, subito dopo aver sparato, da una religiosa di nome, casualmente, suor Lucia, proprio come la veggente e il tutto, casualmente , accadde in modo molto simile alla descrizione fatta dalla Madonna alla piccola Lucia nel luglio 1917, il “primo segreto di Fatima” – e lanciò al mondo, su tutti, un invito che credo abbia una ancora carica immensa: «Non abbiate paura». Giovanni Paolo II aveva infatti capito che il problema dell’uomo contemporaneo è prima di tutto questo: la paura – spacciata per scetticismo o disinteresse – di mettersi faccia a faccia con Gesù Cristo, di riporre nelle Sue mani e in quelle della Madonna la propria vita. Giovanni Paolo II lo aveva capito e fece di tutto per farci vincere quella paura. Ed oggi, da Santo come Giovanni XXIII (1881-1963), continua a porgerci lo stesso, meraviglioso invito.

Annunci