Una delle notizie del giorno, in realtà, non è affatto una notizia. É infatti uscita una nota della Congregazione per la dottrina della fede, un responsum dell’ex Sant’Uffizio – approvato dal Papa –, che non stabilisce nulla di nuovo; semplicemente ribadisce che non è lecito, per i sacerdoti, impartire alcuna forma di benedizione a coppie dello stesso sesso. Ora, che c’è di strano? Nulla. Eppure questa clamorosa non notizia sta sollevando un polverone. Evidentemente alcuni passaggi di interviste del pontefice argentino – o a lui attribuiti -, avevano alimentato illusioni da parte di un certo mondo, ora risvegliatosi con questa doccia fredda.

Si spiegano così commenti velenosi come quello della cantante Elodie, che sui social se n’è uscita con una frasetta – «per fortuna la gente continuerà ad amarsi pur non avendo la “benedizione” del Vaticano» – tipica di chi è bravo a raccogliere «like», ma la dottrina cattolica non l’ha mai studiata; l’avesse fatto difatti saprebbe che le «benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti», motivo per cui non è che la Chiesa non voglia benedire le unioni gay: non può. Di più: i sacerdoti, a dirla tutta, non sono autorizzati a benedire neppure le convivenze tra persone di sesso diverso. Elodie può non saperlo, ma che non lo sappiano certi giornalisti fa cadere le braccia e forse non solo quello. 

Questa non notizia è dunque figlia da un lato dell’ignoranza (la malafede la escludiamo) e, dall’altro, di un aspetto che andrebbe chiarito una volta per tutte: la Chiesa esiste per evangelizzare il mondo, non per farsi dare consigli di morale dalla Cirinnà o da dei sacerdoti che, siccome sbandano loro, allora dobbiamo ridiscutere 2.000 anni di dottrina. Non esiste. Si sa, Papa Francesco ha il suo approccio e il suo stile – a molti simpatico, per altri incauto, si può discutere –, ma ci sono verità, tipo quella del matrimonio, non negoziabili. L’attenzione ecclesiale al tema ambientale, alla povertà, alle migrazioni sembra aver fatto dimenticare ad alcuni tale aspetto: ma il problema qui è la loro memoria. Perché non ci si può stupire se la Chiesa fa la Chiesa.

Anzi, personalmente la cosa mi dà un certo sollievo. Perché – sicuramente sbagliando – in più occasioni, negli ultimi anni, ho avuto l’impressione che la barca di Pietro rischiasse. E non l’ha avuta solo il sottoscritto, dato che di «barca di Pietro a volte ricoperta fino a capovolgersi» ha parlato, nel 2017, un certo Joseph Ratzinger. Ma per fortuna qualche parola chiara ancora arriva. Ed è un piacere leggera direttamente da una netta nota della Congregazione per la dottrina della fede e non da qualche lenzuolata di Eugenio Scalfari. Questo non vuol dire che le porte della Chiesa non siano più aperte: restano apertissime. Ma è chi vuole salire a bordo della barca di Pietro a doverlo fare, non Pietro a doverla pitturare di nuovi colori affinché non sembri più la stessa.

Giuliano Guzzo

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