Chiunque abbia una familiarità anche vaga con la bioetica sa che il cardinale Elio Sgreccia (1928-2019) non è stato uno studioso di bioetica italiano: è stato la bioetica italiana; perché l’ha studiata tutta una vita e perché ne ha redatto un manuale fondamentale. Tanto che, negli anni, perfino autori laicissimi se non laicisti si sono guardati bene dal trattare l’eminente studioso con sufficienza, riconoscendo l’autorità che egli già con le sue pagine trasmetteva. Per questo sono sobbalzato, quando ho letto che Annamaria Bernardini de Pace, su La Stampa, si è detta incredula del fatto che quelli di Sgreccia siano i testi consigliati dalla professoressa Claudia Navarini, docente di psicologia all’Università Europea di Roma.

«È corretto formare giovani psicologi rivestendoli di un’educazione vetero-cattolica, paternalistica e, oserei dire, dittatoriale?» (29.12.2021, p.21), si è infatti chiesta la Bernardini de Pace, alla quale sembra non andare giù che nelle università cattoliche si studino autori cattolici, che possono esser bollati come «vetero-cattolici» solo chi, della materia, abbia una conoscenza pseudo-cattolica. Sì, perché la professoressa Navarini è una brava studiosa – ne ho letto dei testi, posso dirlo – mentre Sgreccia, come già detto, è semplicemente la bioetica italiana; e dato che non siamo ancora né in Cina né in Corea del Nord, confido che auspici che hanno ben poco di pacifico, nonostante i cognomi di chi li formula, possano essere tralasciati.

Anzi, se c’è qualcosa di auspicabile è che Sgreccia venga finalmente letto pure negli atenei statali; sogno università dove i suoi tomi siano ovunque, a portata di mano, dove il personalismo ontologico tanto caro al cardinale bioeticista prevalga sull’individualismo cazzaro che va per la maggiore, dove si possano riscoprire anche pensatori – tipo Augusto Del Noce o Roger Scruton, ecco due nomi, uno cattolico ed uno anglicano, per essere ecumenici – che hanno saputo scandagliare criticamente la modernità, senza limitarsi a festeggiarla o a piangerne passivamente i limiti. Se tutto ciò accadesse, forse avremmo anche meno gente disposta a prendere sul serio certi articoli che appaiono su La Stampa. Sarebbe, già questo, un signor traguardo.  

Giuliano Guzzo