Con la bocciatura del Garante per la Privacy della sostituzione dell’indicazione di «genitore 1» e «genitore 2» con «padre» e «madre» nei moduli per il rilascio della carta di identità elettronica per i figli minorenni, lo possiamo dire con certezza: «padre» e «madre» sono le nuove parole della ribellione. Il motivo è presto detto: non piacciono al potere. Non al potere burocratico, come si è visto, con il Garante per la Privacy che ha tirato in ballo i «casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, sia presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre». In pratica, viene affermato che la regola debba piegarsi alle eccezioni e non viceversa. Curioso.

Ma «padre» e «madre» non piacciono neppure alla magistratura politicizzata, che a colpi di sentenze vuole convincerci che un figlio possa avere sia due babbi sia due mamme, che sarà mai: perché in fondo ciò che conta è l’amore. I termini usati non sono esattamente questi, ovvio, ma è chiaro come si tratti di una giustizia formato Bacio Perugina, di un diritto sentimentalizzato che non riconosce la famiglia ma aspira a rimodellarla. «Padre» e «madre» poi non piacciono al mondo Lgbt, che le considera scorie omofobe, né a quello femminista, che le ritiene residui patriarcali, fossili lessicali di un passato da archiviare. Anche i cantori del pensiero dominante, come lo youtuber Willwoosh, sottolineano come nel 2018 sia «assurdo» dimostrarsi affezionati a queste due parole.

Il punto, però, è proprio questo: «padre» e «madre» sono più di due parole. Decisamente di più. Sono i due pilastri su cui si costruisce e si regge la famiglia. Testimoniano la necessità che il nucleo familiare si fondi su una differenza – quella tra uomo e donna -, in un tempo in cui le differenze, tutte, tendono a smarrirsi, coperte dal mantello dell’omologazione. Sono il racconto incarnato di un’origine, delle nostre radici in una società in cui da una parte si esorta a guardare avanti, anzi a fissarsi esclusivamente sull’attimo da cogliere e, dall’altra, si invita a sbarazzarsi dal passato, declassato a vincolo. Avere un papà e una mamma, infatti, oltre ad una famiglia comporta l’avere una storia, delle tradizioni, un albero genealogico, una quercia di ricordi.

Tutte cose inaccettabili, per chi vorrebbe mettere l’uomo al guinzaglio delle mode, stordito di pensieri divertenti purché privo un pensiero diverso o, addirittura, proprio. Per questo occorre ribellarsi ad una cultura che fa di tutto per convincersi a cambiare. Ribellarsi come? Preservando nel nostro vocabolario quotidiano «padre» e «madre», non considerandole solo parole ma obbiettivi di vita, binari di partenza e di arrivo al di fuori dei quali l’umanità semplicemente deraglia, si perde. Lo so, non è facile. Il rischio è di sentirsi irrisi come medievali e bigotti. Ma è un rischio che vale la pena correre, dato che non ne va di questioni di poco conto bensì decisive. Anche perché, se non ce la sentiremo più neppure di dire «padre» e «madre», ci sarà un altro termine, già in disuso, da abolire: coraggio.

Giuliano Guzzo

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