Firmare appelli a nastro, di qualsivoglia ordine e tipo: l’importante è che ci sia in mezzo, da qualche parte, la parola «Salvini», e che se ne parli male; stazionare nei centri cittadini col numero arcobalenato di Rolling Stone sotto il braccio, ovviamente insieme a Repubblica e l’Amaca di Michele Serra imparata a memoria, pronta ad essere recitata davanti al primo umanoide populista; restare sempre sintonizzati su La7, quando si praticano riti voodoo ai danni di Trump, Putin, Di Maio (meglio più alla volta); procurarsi Rolex anche tarocco, purché sia il modello di Gad Lerner; affermare in modo infervorato che tu il premio Nobel per la Pace tu lo daresti alle Ong e quello per la Letteratura a Saviano, ma solo se accompagnato dalla scorta; dichiarare in continuazione di avere il presagio del ritorno del nazismo, del fascismo e di Gargamella; condividere almeno un pasto coi migranti meglio se in compagnia di Beppe Sala e di qualche centinaio di fotografi (in alternativa digiuno con padre Zanotelli sotto il sole agostano, avvolto in un comune bandierone arcobaleno); insediarsi a Capalbio o a Portofino il tempo necessario ad impavave a parlave con la evve moscia; magnificare la vittoria calcistica della Francia multietnica contro gli esiziali nazionalismi, guardando in cagnesco chi approfitta del discorso per avanzare ipotesi antidiluviane sull’età di Brigitte Macron; indossare la maglietta rossa più vistosa possibile in modo che, quando ti verrà chiesto se lavori per la Ferrari o se sei fuggito da Pamplona, tu possa atteggiarti a campione di solidarietà, dichiarandoti pronto anche ad asserragliarti in un attico newyorkese, pur di difendere le tue idee.

Giuliano Guzzo

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