Pur leggendo diversi giornali e riviste, vizio sempre meno diffuso fra i trentenni, non avevo mai acquistato una copia di Rolling Stone. Sì, più di una volta la curiosità m’è venuta, ma ho resistito (perché era curiosità, se era una tentazione col cavolo). Oggi però so che ho fatto bene ad ignorarlo, quel mensile: l’appello «Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice», infatti, non si può vedere. Non si può vedere una rivista che lacrimevolmente si dichiara «al fianco degli ultimi», manco fosse Madre Teresa, e che raccoglie adesioni dei soliti artisti impegnati, fra cui un solo professionista serio, Enrico Mentana (che difatti ha smentito), per un’«Italia aperta, moderna, libera e solidale».

Ma diamine significa «aperta, moderna, libera e solidale»? E’ questo, ben più dell’attestato di disistima verso il leader leghista – che ora starà tremando -, ad infastidire; una discutibile scelta di aggettivi per una discutibilissima idea di patria, patria che ad alcuni può non piacere nell’accezione salviniana (prima gli italiani), ma che rimane orripilante in quella sorosiana (a morte i popoli). Ora che ci penso, però, bisogna esser grati pure a Rolling Stone, cosa mi tocca dire, che ha ricordato a tutti l’elenco dei corifei della cultura dominante, dei filantropi, di quelli che viva l’accoglienza, ma con i quartieri degli altri. Grazie al mensile che mai comprerò, dunque, perché adesso basta scuse: da domani, chiunque dia retta a costoro è complice.

Giuliano Guzzo

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