Ho provato a guardare le foto dei tre bimbi annegati al largo della Libia che nelle ultime ore hanno fatto il giro del web, ma per poco: poi non ce l’ho più fatta. Troppo anche per me. Ora, c’è chi insinua si tratti di foto false, di bimbi in realtà bambolotti o di bimbi in realtà non morti: chi lo sa. Io prendo tutto per vero, perché so che i bambini annegati esistono, eccome. Ciò nonostante non riesco a non notare la tempistica di queste foto: proprio ora che le Ong sono nel mirino della politica, proprio ora si consuma un dramma documentatissimo che dimostra che, senza le Ong, i bambini muoiono.

E’ esattamente quel che, a migliaia di chilometri di distanza, accade ciclicamente in Siria: proprio quando i «ribelli buoni» sono alle strette: proprio allora, ecco che spuntano immagini di bambini piangenti, feriti, dilaniati dalle bombe di Assad. Siccome però so che pure in Siria di bambini ne sono morti innumerevoli – e ne muoiono -, non avanzo alcun sospetto. Anche però prendendo tutto quanto per vero, non posso non chiedermi come mai i grandi media abbiano spesso mostrato i bambini della Siria, ma mai quelli dello Yemen; ed oggi mostrino quelli dei naufragi, come mai hanno mostrato, che so, quelli degli aborti.

Ripeto: i morti sono morti, e i bambini sono bambini. Però il circuito della comunicazione che diffonde proprio certe foto o certi video e proprio in momenti perfetti per gettare una nuova luce sulla reputazione di qualcuno – siano i «ribelli buoni» o le Ong – è nelle mani di vivi che, dell’innocenza dei bambini, non hanno manco l’ombra. Nel guardare quelle foto che non riusciamo a guardare, dovremmo tenere conto anche di questo. Perché se esiste il cinismo di scafisti che mettono a rischio tutti i giorni la vita di migliaia di disperati, esiste purtroppo pure quello di chi della morte dei disperati arriva a servirsi. Per continuare in santa pace lo sporco lavoro.

Giuliano Guzzo

 

 

 

 

 

 

 

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