Avevo il sincero timore, vedendolo, di rimanerne deluso, tante erano le aspettative; conoscevo la terribile storia del «canaro» della Magliana, il regista mi piace e, soprattutto, il trailer mi aveva conquistato. Stai a vedere, mi sono detto, che invece il film è ‘na sòla. Col cavolo: Dogman, l’ultima fatica di Matteo Garrone, non è una fregatura proprio per niente. Racconta la storia di Marcello (Marcello Fonte), mite gestore di un salone di toelettatura per cani che incrocia la sua esistenza – illuminata, nella periferia dove vive, solo dall’amore per la figlia – con quella di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile uscito di prigione che terrorizza il quartiere.

Tra Marcello e Simoncino il rapporto, all’inizio, è quasi di amicizia: i due si frequentano, condividono notti di droga e follia e si prendono, per così dire, cura l’uno dell’altro. Poi però la strafottenza e l’istinto criminale dell’ex pugile iniziano a schiacciare Marcello, il quale subisce, e subisce, e subisce ancora finché, un giorno, elabora ed attua una micidiale vendetta. Crede, così facendo, non solo di liberare il quartiere – che di fatto è il suo mondo –, ma di riscattare la sua persona agli occhi di quanti, in fondo, l’hanno sempre creduto un debole. Dal finale del film, però, esce un «riscatto» diverso da quello che Marcello vorrebbe. E qui mi fermo, per non dire troppo.

Posso però aggiungere che Dogman è complessivamente di crudezza inferiore rispetto alla vicenda del «canaro» della Magliana: certo, c’è violenza (il film è V.M.14), ma comunque assai meno che nei fatti del 1988. Anzi a tratti, in particolare nelle scene in cui viene raccontato l’amore di Marcello per la figlia o la sua vicinanza ai cani, coi quali condivide casa e lavoro, c’è addirittura poesia. Si tratta insomma di una «fiaba nera», come l’ha giustamente definita Garrone, tutta centrata sul rapporto ambiguo tra il bullo e manesco Simoncino e il succube Marcello, che Fonte incarna magistralmente (si è appena aggiudicato il premio di miglior attore a Cannes).

Una «fiaba nera» di una periferia che sa di Far West e che ha come spettatore e giudice silenzioso il mare, quel mare Simoncino non degna della minima attenzione e in cui invece Marcello spesso si immerge insieme alla figlia e, al mattino presto, quando il mondo ancora dorme, fissa in cerca di risposte più grandi di lui. Risposte che alla fine arrivano a metà, o sotto forma di illusioni. Come se bastasse restituire moltiplicata la violenza subìta, per diventare veri uomini; come se bastasse chiudere in una gabbia il proprio carnefice, per uscire dalla propria; come se la vita prevedesse sempre una seconda chance, un passepartout per ricominciare senza aver fatto, prima, i conti con sé stessi.

Voto: 8

Giuliano Guzzo

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