«Quelli veri li riconosci dal cappello, e non solo», mi fa un alpino dall’accento piemontese spiegandomi che a gozzovigliare e vociare in centro a Trento giovedì, venerdì e sabato notte, fin quasi all’alba, c’erano molti infiltrati che sul capo avevano un «bantam» fasullo, indossato come mero pretesto alcolico. Non stento a credergli, essendomi imbattuto in non pochi soggetti che la disciplina militare, al massimo, l’hanno vista al cinema. Tuttavia è altrettanto vero che l’ultimo fine settimana di alpini, «quelli veri», in città ne sono affluiti tantissimi. Il gioco di stime non mi appassiona; posso però assicurare che erano migliaia e migliaia, una vera marea, coi tempi di spostamento in un centro storico non grande notevolmente allungati. Spostamenti a piedi intendo: in auto o anche solo in bicicletta, neanche a parlarne.

Tantissime, dunque, le Penne nere che hanno affollato una Trento che, a dispetto di alcune penose eccezioni (le scritte «alpini assassini» erano, e restano, una vergogna), le ha accolte a braccia e bar aperti, abolendo ogni limite sonoro ed alcolemico, di orario e di tolleranza. La città si è così trasformata per oltre 72 ore in un’enorme e festosa piattaforma di bandiere tricolore, fisarmoniche, panche in legno e spine di birra. Una sorta di terremoto, si potrebbe commentare. Sì, ma un terremoto diverso da quelli dopo i quali gli alpini sono soliti intervenire per prestare aiuti e soccorsi: un terremoto di gioia, di pace, di fraternità. Qualcosa di assai diverso dalla quasi totalità delle altre manifestazioni, come dimostrano le condizioni in cui già domenica notte versava un centro storico cittadino in straordinario ordine. Come se non fosse accaduto niente, o fosse successo solo qualcosa di bello.

Sta di fatto che oggi che l’Adunata nazionale numero 91 è consegnata alla storia, la ritrovata normalità cittadina è puntellata di gratitudine. Quella trascorsa è infatti stata la più grande festa cittadina degli ultimi 40 anni, come peraltro assicurano gli esercenti. Forse, per numeri e presenze – azzardo –, la più grande di sempre. Chissà. Quel che è certo, goliardate a parte, è che lo spirito di condivisione respirato e il rispolvero di espressioni antiche – «servire il Paese», «patria», «sacrificio» – ha fatto un gran bene a tutti. Durante la sfilata conclusiva, per dire, c’è stato posto anche per uno striscione pro life: «Se non ci foste voi, non ci saremmo noi: auguri Mamme!». Commovente, almeno per me. Al punto che, ora che ne ho vista una da vicino, posso confermare che l’Adunata nazionale non è la sagra patriottarda che alcuni pensano, bensì una piccola grande lezione di umanità. Perché sì, gli alpini, «quelli veri», li riconosci dal cappello. Ma pure dal cuore.

Giuliano Guzzo

 

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