Mi ci sono volute alcune ore, una volta appresa la notizia della sua morte, per riflettere lucidamente su ciò che Alfie Evans e la sua vicenda lasciano a noi che, dall’Italia e dal mondo, ne siamo stati spettatori appassionati, in fiduciosa attesa che tutto – anche se poi così non è stato – potesse risolversi al meglio. In estrema sintesi, direi che il piccolo bambino inglese, dal suo lettino, ha impartito e continua ad impartire almeno tre fondamentali lezioni.

La prima consiste nell’importanza del primato della famiglia. Anche se Tom e Kate hanno perso in tribunale le loro battaglie per portare Alfie in un ospedale diverso da quello di Liverpool, con il loro coraggio hanno infatti ribadito una verità fondamentale sul piano morale come su quello politico: i figli non sono dello Stato. E ogni volta che uno Stato agisce come se lo fossero, calpestando i diritti genitoriali, si tramuta in una tirannia. Perché la civiltà vive – o muore, letteralmente – in una culla.

La seconda lezione lasciataci da Alfie riguarda la forza della fraternità umana. I moltissimi che – a livello giornalistico, politico e spirituale – si sono mobilitati, hanno pregato e hanno sperato affinché il piccolo paziente dell’Alder Hey di Liverpool potesse essere tenuto in vita non erano parenti e neppure amici. Eppure, ciascuno, a suo modo, si è arruolato nell’«esercito di Alfie»; in un’epoca in cui tanti si battono per i diritti dell’ambiente, degli animali, o perché i propri personalissimi desideri diventino diritti, che degli uomini lottino per altri uomini non è banale.

La terza e forse più importante eredità di Alfie sta, infine, nella lezione della fragilità. Era in condizioni senza dubbio non semplici, eppure non solo ha lottato – respirando per giorni senza la ventilazione meccanica che per 15 mesi aveva avuto -, ma ha ricordato al mondo che nella sua fragilità c’era molta più umanità che altrove. Per questo, pensando a tutti coloro che, come giudici, medici o opinionisti, si sono pronunciati sulla «futilità» della vita fragile, viene il dubbio che adesso, in realtà, siano loro ad già essere morti, ed Alfie, Charlie ed Isaiah a essere ancora vivi.

Giuliano Guzzo

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