Osservo gli orrori di Macerata, il folle gesto di Luca Traini e l’ancor più raggelante solidarietà riservatagli da alcuni e mi chiedo: siamo forse diventati un Paese razzista? Da quando? Perché? Comunque la si pensi, sono domande d’obbligo. Anche se si scontrano con un dato costitutivo del dna dell’l’Italia: il fatto che il suo popolo non sia mai stato razzista. E’ difatti vero, abbiamo convissuto con la vergogna delle leggi razziali ma lo spirito italiano – forgiato nei secoli dall’Impero romano, prima società multietnica del mondo, e dal Cristianesimo («Non c’è più giudeo né greco»: Galati 3,28) – neppure allora si lasciò convincere dall’idea secondo cui esistono razze superiori prevalenti sulle altre, da una parte la gente eletta e dall’altra, ben distante, la reietta. Tutt’altro.

A sottolinearlo non vecchi fascisti né revisionisti, ma figure eminenti non accusabili di simpatie nazifasciste, dall’ebrea Hannah Arendt («L’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare») a Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro Eichmann (definì l’Italia «la nazione più cara a Israele»), fino al celebre storico dell’antisemitismo Léon Poliakov, di famiglia ebrea: «I governi dell’Europa asservita alla Germania hitleriana non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni; i capi del fascismo italiano manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei».

Ma se, dunque, come popolo mai siamo stati realmente razzisti perché oggi – che non solo le leggi razziali sono un brutto ricordo, ma si fa un gran parlare di accoglienza e tolleranza – le cose sembrano cambiate? La risposta politicamente corretta è: il clima d’odio creato ultimamente da alcune forze politiche. Ora, posto che non sposerei con leggerezza la prospettiva di un Paese divenuto intollerante (si è rilevata, negli ultimi anni, una media di meno 90 segnalazioni annue di atti costituenti reato nell’ambito di razza e ed etnia: sempre troppe, ma non tali da agitare spauracchi), ritengo che la tesi del razzismo seminato a scopi propagandistici presenti numerosi punti deboli. Primo fra tutti, il fatto che l’Italia sia governata, ormai da anni, dal centrosinistra senz’alcuna, per così dire, stampella populista.

In secondo luogo, va detto che le formazioni politiche accusate d’essere «mandanti morali» del razzismo che ammorberebbe l’Italia hanno pochi giornali di riferimento, giusto qualche radio ma nessuna grande emittente televisiva. Quasi solo il web, in pratica. Che però è strumento utilizzabile (e utilizzato) anche da tutti gli altri politici, dunque da solo non può certo spiegare chissà quale involuzione razzista del Paese, sempre che essa realmente si stia verificando. In più, terza obiezione alla tesi politicamente corretta, laddove i partiti «mandanti morali» del clima bollato come razzista hanno governato o governano, non risulta si siano mai verificate eccezionali violenze e rappresaglie. Ergo, credo si debba riflettere diversamente.

Come? Distinguendo il gesto di un folle – e il supporto di alcuni, certamente fanatici ma altrettanto certamente non numerosissimi – con la preoccupazione, questa oggi sì assai diffusa tra gli italiani, nei confronti dei flussi migratori. Una preoccupazione dovuta non tanto a ciò che la gente sente dai populisti, ma a quello che non sente dai progressisti, onnipresenti sui media e nelle istituzioni. Tipo che l’immigrazione, oltre certi limiti, può diventare un problema. Tipo che non vi sarà alcuna invasione in corso, se astutamente si considera tutto il territorio nazionale; ma se invece si va a vedere cosa accade in certi quartieri metropolitani, in alcuni centri storici cittadini e in qualunque stazione dei treni, è impossibile non respirare il degrado.

Ebbene, queste ed altre verità vengono sistematicamente negate o taciute da molti leader, ingenerando nella popolazione incomprensione e insicurezza. Lo riconosce anche un sociologo non certo di destra come Luca Ricolfi, quando afferma che se da una parte alcune forze politiche esaltano l’accoglienza e tifano ius soli, dall’altra «il problema è che queste due cose non le vogliono i ceti popolari». C’è poi da dire, argomenta sempre l’insospettabile Ricolfi, che molti «usano l’espressione xenofobia (che viene dal greco, e significa solo paura dello straniero), come sinonimo di razzismo. Di qui il sillogismo: hai paura dello straniero, dunque sei razzista». Ma l’associazione è forzata: puoi benissimo essere razzista senza nutrire paura alcuna, e si può avere certi timori senza automaticamente covare sentimenti razzisti.

Finché questo non sarà chiaro, fino a quando si continuerà a liquidare psicologicamente il problema sicurezza, avvertito da molti, come «insicurezza percepita» negando ogni legame, anche remoto, tra flussi migratori e delinquenza, tra la doverosa accoglienza e il fatto che essa debba avere un limite; finché insomma l’antirazzismo d’ordinanza continuerà a signoreggiare come grande imperativo morale, l’esasperazione popolare seguiterà a crescere. Perché l’Italia, come già ricordato, non ha alcuna naturale vocazione razzista, anzi. Ma quando alcuni insistono ossessivamente col negare la gravità di ciò che tu, come cittadino qualunque, come inquilino di quartiere popolare e come anziano, come pendolare e come controllore, vedi tutti i santi giorni, la rabbia rischia davvero di divampare.

Da questo punto di vista, è bene precisarlo, l’antirazzismo esasperante dimostra di avere due nemici: gli italiani di cui si rifiuta di ascoltare le istanze e gli immigrati di cui non tutela gli interessi. O forse è nell’interesse dello straniero che attorno a lui si alimenti e si rafforzi un clima di pregiudizio che magari già vi sarebbe, ma in misura assai minore? C’è insomma da comprendere come la stigmatizzazione di timori e malumori, ben lungi da spegnerli, altro non faccia che innescarli. Il punto è che dinnanzi a queste ed altre considerazioni, l’antirazzismo militante e i suoi epigoni non vogliono sentire ragioni. Perché loro hanno già ragione, a prescindere. Un atteggiamento di superiorità che li condanna, loro malgrado, a promuovere proprio il male che vorrebbero estirpare.

Giuliano Guzzo

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