In Argentina, Bolivia e a Cuba principalmente – ma in realtà un po’ in tutto il mondo -, sono giorni, questi, di commemorazioni per i 50 anni dalla morte di Ernesto Guevara de la Serna (1928-1967), combattente passato alla storia come “Che”, il quale, all’alba del 9 ottobre 1967, fu eliminato da un commando di militari boliviani con l’aiuto della CIA. Commemorazioni che, mezzo secolo dopo, non possono non stupire, considerando – quali che siano stati gli eventuali meriti e l’idealismo appassionato del soggetto in questione – l’enorme mole di elementi tragici che gli storici, da decenni, hanno allineato attorno a questo venerato «santo laico», particolarmente caro al panteon progressista.

Parliamo infatti di un uomo imbevuto di odio ideologico al punto che, una volta, disse al comunista italiano Pietro Ingrao (1915-2015): «Se un venezuelano mi chiedesse oggi un consiglio, gli risponderei così: “Quello che dovete fare è cominciare a sparare alla testa e ammazzare tutti i borghesi dai quindici anni in su”». A lungo tempo celebrato sul magliette rosse, questo era infatti in vero volto del personaggio che molti, ingenuamente, ricordano per un’altra frase «Hasta la victoria siempre. Patria o muerte». Frase che, a ben vedere, contiene qualcosa che fu davvero assai caro al Che: la «muerte». Soprattutto quella di quanti osavano dissentire dalle sue posizioni o, molto più semplicemente, non entusiasti del comunismo.

Non si spiegherebbe se no come mai il Nostro – come conferma non qualche storico al soldo dalla CIA, ma Régis Debray, ideologo dei focolai di guerra rivoluzionari e compagno di Guevara in Bolivia – abbia creato personalmente il primo lager tropicale, il campo dei lavori forzati di Guanahacabibes, appositamente pensato per «rieducare» soggetti poco entusiasti della rivoluzione. Né sarebbe facile comprendere, se si escludesse il feroce odio ideologico che lo animava, come il leggendario Che possa essere risultato coinvolto in almeno 144 esecuzioni sommarie, diverse delle quali eseguite da lui stesso. Un ricordo del venerato «santo laico» lo offre anche Juanita Castro, sorella del più celebre Fidel.

Sfogliando il suo libro, “I miei fratelli Fidel e Raùl” (Fazi), apprendiamo infatti come il Che trasudasse «ateismo da tutti i pori», cosa che lo spinse a promuovere non solo fucilazioni indiscriminate di massa, ma pure una vera e propria «persecuzione religiosa». Il tutto all’insegna di un dichiarato amore per l’odio: «Amo l’odio, bisogna creare l’odio e l’intolleranza tra gli uomini, perché questo rende gli uomini freddi e selettivi e li trasforma in perfette macchine per uccidere». Assai curioso, insomma, che si seguiti a celebrare un personaggio – che peraltro pare detestasse pure le persone omosessuali -, la cui biografia ricorda tanto quella di un criminale sanguinario. Ma forse il vero problema di chi lo osanna, più che l’amore per il Che, è l’allergia ai libri di storia.

Giuliano Guzzo

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«Un passo gigantesco oltre la sociologia» (Tempi)

«Bellissimo libro» (Silvana de Mari, medico e scrittrice)

«Un libro che sfata le mitologie gender» (Radio Vaticana)

«Un’opera di cui ho apprezzato molto l’ironia» (S.E. Mons. Luigi Negri)

«Un lavoro di qualità scientifica eccellente» (Renzo Puccetti, docente di bioetica)

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