Trovo poco appassionanti, confesso, le vivaci e spesso divisive discussioni circa la posizione della Chiesa sullo ius soli. Dico questo, si badi, non per snobismo né perché sottovaluti l’emergenza immigrazione ma solo perché, banalmente, ritengo che la posizione cattolica, su questo, sia già ben delineata. E non penso, si badi, al fatto – pure eloquente – che la cittadinanza dello stato del Vaticano non sia originaria, esito cioè di ius sanguinis o ius soli, interessando solo – a norma dell’art. 9 del Trattato Lateranense – le «persone aventi stabile residenza», senza che questo, a ben vedere, abbia mai destato scandali; mi riferisco al patrono dei teologici, San Tommaso, il quale, nella sua Summa Theologica (I-II, Q. 105, Art. 3), da una parte lasciava intendere come l’immigrazione debba avere sempre in mente il bene comune – senza sopraffare o attentare alla nazione, che non è un’entità astratta bensì un insieme di persone – e, dall’altra, poneva come condizione dell’accettazione di chi voglia stabilirsi in un Paese il desiderio, da parte di costui, di integrarsi perfettamente nella vita e nella cultura locali.

Lo stesso Catechismo, da parte sua, specifica a chiare lettere – facendo eco, a ben vedere, alle considerazioni dell’Aquinate – come «i diritti politici connessi con la cittadinanza possono e devono essere concessi secondo le esigenze del bene comune» (CCC, 2237). Se a tutto ciò si aggiunge che l’acquisizione non automatica – o con la maggiore età – della cittadinanza nulla toglie, in concreto, ai diritti di accoglienza, di assistenza, di educazione, di istruzione e quant’altro, proprio non si coglie, a meno che non si voglia relegare la Santa Sede, il Catechismo e il Dottore Angelico come esempi di xenofobia, su cosa poggerebbe il “dovere morale” del cattolico di approvare lo ius soli, per l’approvazione del quale, in talune chiese – come accaduto a Bellaria Centro, parrocchia S. Cuore di Gesù – si è perfino arrivata ad impegnare la preghiera dei fedeli, durante la Santa Messa. E delle parole di Papa Francesco, che dici? Non hai forse saputo – mi si obietterà – del messaggio inviato per la giornata mondiale del migrante del 2018?

Ho saputo, certo che sì. Ma a parte che non ho problemi ad ammettere che il Santo Padre possa essere favorevolissimo allo ius soli – e a parte che escluderei che il contenuto della lettera inviata alla giornata mondiale X o Y, pena un rischio di massimalismo magisteriale (l’aprioristico conferire, cioè, pari dignità tutto a ciò che il Papa dice), costituisca Magistero e, soprattutto, abbia a che vedere con l’infallibilità papale -, rilevo che il passaggio laddove si parla dell’ipotesi di «cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti», non solo ciò viene presentato come mera possibilità («tale processo può essere…»), ma viene espressamente riservato a coloro «che possano vantare una lunga permanenza nel paese». L’appoggio del Papa allo ius soli – suggerito, in effetti, anche dalle “tempistiche parlamentari” dell’anticipazione del suo messaggio – non risuona, insomma, così squillante come taluni forse auspicavano oltre, ovvio, a non essere vincolante.

Questo perché, se da una parte la cittadinanza rimane questione civile – di Cesare, dunque, e non di Pietro -, dall’altra tra i diritti umani, questi sì fondamentali, non c’è solo quello ad emigrare ma anche, ricordò Benedetto XVI alla 99esima giornata mondiale del migrante e del rifugiato, a non farlo. E siamo sicuri che assegnare automaticamente, o quasi, la cittadinanza, non costituisca una lesione del diritto a non emigrare divenendo, de facto, un incentivo a emigrare? Chi ci assicura, specialmente in una fase storica come quella in corso, che questo rischio non sia concreto? Ha senso chiederselo considerando perfino Pietro Grasso, Presidente del Senato che oggi sostiene senza riserve lo ius soli, quando il dibattito politico era meno arroventato, qualche anno fa, ammetteva il rischio che una novità di questo tipo potrebbe portare una «gran quantità di donne a venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli». Possiamo insomma stare tranquilli, appoggiandoci sulle «esigenze del bene comune», sul fatto che non vi sia nulla di poco cristiano nell’essere quanto meno scettici rispetto allo ius soli. Proprio nulla.

Giuliano Guzzo

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