Ancora un attentato, ancora morti purtroppo, ancora Isis. L’attacco terroristico che ieri ha insanguinato Barcellona somiglia all’ennesima puntata di una serie, della quale, però, fatichiamo a imparare la lezione, e cioè che, contro quelle belve, non basta la lotta al terrorismo (dal giugno 2015, in Spagna, sono stati 186 i sospetti jihadisti arrestati); non basta l’accoglienza (proprio a Barcellona, a febbraio, hanno marciato in 160.000 al grido di «vogliamo accogliere»); non basta lasciare in pace i Paesi altrui (la Spagna, in campo militare e internazionale, è un ectoplasma); non basta la pazienza (sono trascorsi oltre 13 anni dall’attentato di Madrid del marzo 2004): serve altro. Cosa? Tante cose.

Forse serve capire che il terrorismo islamico non è un «furgone sulla folla» – come eufemisticamente titolavano ieri sera siti e telegiornali – bensì una bomba, che oltretutto abbiamo in casa; che «il fenomeno dei foreign fighter non è il prodotto di società islamiche povere o repressive come spesso si dice, anzi la propensione è molto più elevata in società libere, democratiche e benestanti» (AA.VV. I Foreign fighter europei, 2015); che è arduo immaginare l’Islam religione di pace dato che il Corano è un «testo estremamente violento» (parola non di Salvini, ma di Alī Ahmad Sa’īd Isbir, alias Adonis, forse il massimo poeta arabo vivente); che se continuiamo a postare gattini su facebook, come hanno fatto ieri a migliaia in “reazione” all’attentato, i terroristi li faremo morire solo in un modo. Di risate.

Giuliano Guzzo

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