Pochi probabilmente lo sanno, ma l’8 giugno è una data a suo modo significativa. E’ infatti in questo giorno, nel lontano 1970, che il giornalista statunitense Tom Wolfe coniò l’espressione «radical chic». Lo fece, con un’articolo di 29 pagine, in relazione alla festa organizzata da Felicia Bernstein (1922-1978), moglie del famoso direttore d’orchestra Leonard Bernstein (1918-1990). L’esclusivo evento aveva lo scopo di raccogliere fondi per il gruppo rivoluzionario marxista-leninista Pantere nere e si tenne – nella migliore tradizione radical chic, appunto – in un attico stellare, di tredici camere con affaccio su Park Avenue, una sorta di versione anticipata della casa di Jep Gambardella, il protagonista de La Grande Bellezza.

Da notare come, se Wolfe – il quale nel 1970 pubblicò appunto Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers, un libro composto da due articoli già pubblicati sul New York Magazine – fu in grado di parlare di «radical chic», è perché costoro, chiaramente, di fatto già esistevano in tutta la loro manifesta e stridente contraddizione di borghesi fieramente rivoluzionari, col portafoglio a destra e il cuore a sinistra. A distanza di quarantasette anni, i «radical chic» sono vivi più che mai e lottano insieme a noi. O forse contro. L’ideologia di costoro, infatti, risulta oggi più che mai immigrazionista, islamofila e pro lgbt. Tanto dall’alto dei loro attici, che volete che importi ai «radical chic» del destino dell’umanità cui in fondo non credono, sentendosi superiori, di appartenere.

Giuliano Guzzo

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