presepe

Alla fine ha ceduto, don Franco C., parroco della parrocchia di S. Anna e Gioacchino a Potenza e, dopo le polemiche sorte per lo strano presepe che aveva allestito – una Natività con un barcone di profughi, una bandiera arcobaleno al posto della stella cometa e Maria in abiti arabi –,  ha deciso di sostituire il tutto con statuine tradizionali. Ora quindi i giornali titolano che il parroco si sarebbe «arreso», ma è una bugia. Infatti don Franco, se da una parte ha effettivamente ripristinato un presepe classico, dall’altra ha spiegato come lo scandalo suscitato dalla sua vena creativa sarebbe essenzialmente frutto di ignoranza e di incapacità di «dire no ai troppi muri, reali e simbolici, che impediscono l’integrazione e fomentano l’odio e l’intolleranza».

Difficile, dunque, parlare di vera e propria resa del parroco. Il quale, tra l’altro, non ha fatto che assecondare una certa tendenza culturale purtroppo diffusa nel mondo cattolico, quella secondo cui per accogliere degnamente il forestiero urge rinnegare se stessi, le proprie radici, il proprio credo; come se per integrare occorresse prima disintegrare; come se per far sentire il prossimo come fosse a casa propria servisse fingere di non averne più una, di casa. Il che prima di una discutibile interpretazione del Vangelo – dove i soli migranti sono coloro che lasciano se stessi per seguire Cristo – è un tremendo equivoco della ragione. Per questo c’è poco da gioire se il presepe col burqa non c’è più, dal momento che un velo che oscura le menti invece resta. Purtroppo non solo a Potenza.

Tra le tante cose da augurarsi per il 2017 ormai alle porte, c’è pertanto la riscoperta – come cittadini, oltre che come cristiani – di un senso autentico e soprattutto razionale dell’accoglienza, che non deve essere messa in contrapposizione con barriere e confini. E’ difatti proprio la presenza di barriere e confini che, tra le altre cose, rende possibile non solo accogliere ma riconoscere il forestiero, che altrimenti forse tratteremmo con l’indifferenza che riserviamo ai nostri compatrioti. Da questo punto di vista, più di qualcuno forse farebbe bene a riconsiderare quali sono i muri che meritano di essere abbattuti: se gli inesistenti nelle nostre città o sulle nostre coste, oppure se quelli che ci fanno giudicare male gli affezionati al presepe di sempre.

Giuliano Guzzo

Advertisements