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La morte, avvenuta ieri, di Fidel Castro Ruz (1926–2016), sta portando molti ad interrogarsi sulla sua eredità politica. Un rivoluzionario o un tiranno? Padre della patria oppure un traditore delle aspirazioni del suo popolo? Personalmente, preferisco lasciare questi dilemmi ad altri e mettere in luce – sia pure in estrema sintesi – qual è, sotto il profilo della natalità e della nuzialità, la Cuba che lascia Líder Máximo, vale a dire un Paese semplicemente devastato. Cominciando con la natalità, i numeri del Paese che lascia in eredità Castro, come ha messo in luce il bioeticista Renzo Puccetti, sono a dir poco terrificanti: 91.500 aborti all’anno, con percentualmente 41,9 aborti ogni 100 gravidanze e 72,8 aborti ogni 100 parti.

Cifre terribili ma – fa notare sempre Puccetti – da aumentare ancora di almeno un 30% aggiungendo le “regulaciones menstruales”, ovvero gli svuotamenti uterini entro 2 settimane di ritardo mestruale in donne che hanno avuto rapporti sessuali, almeno la metà dei quali sono aborti. Tutto questo, nonostante la copertura contraccettiva sia molto elevata (77,1%), tre quarti della quale mediante spirale e sterilizzazione. (Fonte: Anuario Estadístico de Salud 2015 pp. 166-167). Anche grazie alla diffusione degli aborti, a Cuba il tasso di natalità è in declino dal 1970, c’è la popolazione più anziana in tutta l’America Latina, tanto che gli esperti prevedono che fra cinquanta anni diminuirà di un terzo.

Conseguentemente, tra pochi decenni il 40% della popolazione avrà più di sessanta anni, cosa che determinerà una richiesta di assistenza sanitaria – se le cose non cambieranno rapidamente – che Cuba non potrà permettersi. Aspettate, perché purtroppo non è ancora finita. A completare il quadro, infatti, già sufficientemente inquietante per quello che secondo alcuni dovrebbe essere un piccolo paradiso, c’è un altro dato, quello dell’instabilità coniugale diffusa, che fa della terra di Castro quella col più alto tasso di divorzi tra tutti i Paesi dell’America Latina, primato che resiste da tempo e probabilmente dovuto anche al fatto che divorziare, là, costa pochi dollari a coppia e richiede pochi minuti di tempo. Ma non ditelo ai sostenitori dell’innocuità sociale del “divorzio breve”, mi raccomando.

Giuliano Guzzo

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