razzismo

L’iniziativa de Il Giornale, che ha scelto di offrire ai suoi lettori la possibilità di portarsi a casa il Mein Kampf di Hitler, ha indignato molti evidenzando la necessità di tornare a condannare antisemitismo e razzismo. Quale occasione migliore, allora, di questa ritrovata attenzione al tema dell’eguaglianza per tornare a denunciare le manifestazioni del fenomeno – tipico della cultura atea e antitetico, insegna l’indimenticato storico ebreo Poliakov (1910–1997), «alla tradizione giudaico-cristiana» [1] – della discriminazione razziale. Di queste, la forma senz’altro più odiosa e violenta – più odiosa perché tragicamente sottovalutata o perfino giustificata, e più violenta perché agita contro esseri umani inermi – oggi è indubbiamente quella del razzismo neonatale, praticato nella modalità dell’aborto volontario.

Aborto che, negli Stati Uniti, si è rivelato il più formidabile metodo di eliminazione di soggetti di colore. Infatti, se già era noto che oltre il 36% delle donne che abortiscono sono nere [2] – benché solo il 12,9% della popolazione sia nera o afroamericana [3] – da rilevazioni più recenti sappiamo che fra il 2007 ed il 2009 il tasso di aborti procurati fra queste donne è purtroppo aumentato del 4%, passando da 481 a 501 aborti ogni 1000 nati vivi. Tutto questo, peraltro, in un contesto di diminuzione del fenomeno del 3% fra le donne bianche, che ha fatto segnare un passaggio da 143 a 138 aborti ogni 1.000 nati [4]. Sono dati oggettivamente allarmanti, che vanno nella direzione di una vera e propria decimazione della gente di colore.

Pur riconoscendo il fenomeno, si potrebbe ribattere che esso deriva da cause esterne – per esempio di carattere materiale, come la povertà delle gestanti – e non corrisponde ad un progetto di eliminazione razziale. D’accordo, ma questo nulla toglie alla gravità di quanto accade, anzi, semmai la accresce dato che, in assenza di pianificazioni, la sensazione è che il problema non sussista quando invece è tragicamente reale nella veste di un razzismo invisibile ma continuo, che non abbisogna di rivendicazioni perché può già contare sull’indifferenza: ai bimbi di colore, nonostante la Presidenza di Barack Obama – il quale ha fatto della sponsorizzazione dell’aborto, da subito [5], una priorità programmatica -,  è così reso sempre più difficile venire al mondo e molti non vi fanno caso.

Un aspetto sorprendente, anche perché non si sta parlando di una realtà isolata o solo statunitense: nella civile Gran Bretagna, dove la popolazione di colore è pari al 3,3% [6], le donne non bianche che abortiscono costituiscono il 9% del totale [7] e anche in Italia è ragionevole aspettarsi che accada lo stesso dal momento che, negli anni, le donne straniere ricorse all’aborto volontario sono aumentate in modo vertiginoso (furono 10.131 nel 1996, sono state 38.309 nel 2009) e che – recita la relazione ministeriale – «nonostante la diminuzione negli anni» del fenomeno abortivo le donne immigrate fanno ancora registrare «livelli di abortività molto più elevati delle italiane» [8]. Anche qui, dunque, un bambino straniero ha molte meno probabilità di nascere.

Beninteso: l’aborto procurato, in quanto tale, rappresenta già un atto di somma ingiustizia e sarebbe inconcepibile redigerne graduatorie di gravità. Ciò detto, è innegabile come nascituri immigrati e con la pelle scura – al pari di quelli affetti da trisomia 21, dalla sindrome di Turner e talvolta quelli di sesso femminile –  corrano, rispetto ad altri, un rischio decisamente maggiore di non vedere la luce. Eppure parecchi sembrano non accorgersene e spesso, guarda caso, trattasi degli stessi favorevoli allo ius soli, pronti cioè a riconoscere la cittadinanza italiana ai migranti per il solo fatto di essere nati qui. Peccato che a questa sollecitudine per riconoscere l’immigrato come cittadino non ne corrisponda altrettanta, prima dei nove mesi di vita, per riconoscerlo essere umano.

Non sarà razzismo fiero e consapevole, ma è pur sempre un atteggiamento di colpevole miopia, che non vede, o si rifiuta di vedere, come la prima discriminazione – prima in ordine cronologico e per gravità morale – che subiscono anche in Italia coloro che italiani non sono consiste nella più alta probabilità di non nascere, di essere eliminati nel ventre materno. E meraviglia che i tanti pronti a stracciarsi per talune scelte editoriali, sorvolino su questa tragedia, che i dati rilevano in modo infinitamente più evidente di altre discriminazioni. Come se lo straniero fosse da rispettare una volta partorito, e fino a un momento prima valesse nulla; come se le pari opportunità fossero un’emergenza per il diritto al lavoro, ma non per il diritto alla vita; come se non fossero i bambini non nati, coloro che non possono difendersi, i più poveri fra i poveri.

Giuliano Guzzo

Note: [1] Poliakov P. Il mito ariano, Editori Riuniti 1999, p. 371; [2] Cfr. Pazol K. –Gamble S.B. – Parker W.Y. – Cook. D.A. – Zane S. B. – Hamdan S. (2009) Abortion Surveillance. United States, 2006. «National Center for Chronic Disease Prevention and Health Promotion»; 58(SS08);1-35; [3] Cfr. State & County QuickFacts, «U.S.Census Bureau»:quickfacts.census.gov/qfd/states/00000.html; [4] Cfr. Pazol K. – Creanga A.A. – Zane S.B. – Burley K.D. – Jamieson D.J. (2012) Abortion Surveillance. United States, 2009. «National Center for Chronic Disease Prevention and Health Promotion»;61(SS08);1-44; [5] Cfr. Obama sblocca i fondi per aborto e staminali, 24/1/2009: salute.aduc.it; [6] Cfr. Ethnicity and National Identity in England and Wales 2011. «Office for National Statistics»,  2/2/2013; [7] Cfr. AA.VV. (2012) Abortion Statistics, England and Wales: 2011. «Department of Health»; 1-44:16; [8] AA.VV. Relazione del Ministro della Salute sulla attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza, 8/10/2012; 1-42:3.

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