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Per leggenda metropolitana si è soliti intendere un racconto particolare e magari, proprio per questo, affascinante ma inverosimile che, dapprima trasmesso e diffusosi oralmente, riceve in un secondo momento eco dai mass media, tramite i quali ottiene pure – pur non avendo fondamento – una qualche credibilità. Forse però non è corretto parlare di «urban legend» – espressione coniata per la prima volta, pare, dallo studioso del folklore Richard M. Dorson (1916–1981) nell’anno 1968 – con riferimento alla leggenda della morte di Paul McCartney, più nota come PID, acronimo di Paul Is Dead, dal momento che non solo questa è esplosa quasi da subito sui media ma risulta non essere, a dispetto delle apparenze, poi del tutto inverosimile.

Ho potuto constatarlo grazie alle quasi 400 pagine di Paul is dead? (Robin Edizioni, 2015), il libro di Glauco Cartocci, maggiore esperto italiano della PID. Prima di addentrarsi nel contenuto del volume urge, per chi ne sentisse parlare per la prima volta, una premessa su questa che, come si diceva, è la leggenda secondo cui – almeno nella versione più nota e discussa, dato che esistono diverse – Paul McCartney sarebbe morto in un incidente avvenuto nel novembre del 1966 mentre era alla guida della sua Aston Martin, per essere poi sostituito, da allora fino ad oggi, da un sosia. Se l’ipotesi fosse vera, la storia dei Beatles sarebbe dunque non solo molto diversa da come la si è conosciuta, ma pure contrassegnata da un clamoroso giallo.

Com’è nata la PID? In ambienti del mondo della musica – come Cartocci non manca di segnalare – se ne chiacchierava già sul finire del ’67, ma la leggenda nacque il 12 ottobre 1969, quando un DJ di una radio di Detroit riferì d’aver ricevuto, la sera prima, una strana telefonata di un tale, qualificatosi come “H. Alfred”, che gli aveva rivelato «di conoscere un clamoroso segreto riguardante i Beatles. Paul McCartney era morto in un incidente stradale avvenuto alle 5 del mattino, il 9 novembre 1966 […] a riprova delle sue affermazioni, “Alfred” portava disparati indizi contenuti nelle copertine dell’album dei Beatles e nella musica stessa; a volte i messaggi erano nelle liriche delle canzoni, altre volte erano nascosti in sussurri, voci confuse, nastri alla rovescia» (Paul is dead?, pp. 28-29).

E’ l’inizio ufficiale della leggenda: da allora in poi centinaia, migliaia di persone – ammiratori dei Beatles e non solo – si sono divertite ricercando, e in moltissimi casi trovando, sulle copertine dei loro dischi, nei testi delle loro canzoni e in nastri ascoltati al rovescio (cosa singolare pure da realizzare, negli anni Sessanta e Settanta) indizi ricollegabili sia al presunto incidente mortale del “bello” della band sia alla data della sua presunta morte – il 9 novembre 1966, come si diceva –, che è possibile leggere applicando uno specchio alla grancassa al centro della copertina di Sgt. Pepper’s, LP dei Beatles uscito nel giugno 1967; un indizio, questo della grancassa, particolarmente suggestivo non solo perché sembra suffragare la PID, ma perché pare al di là di ogni dubbio intenzionale.

Una intenzionalità desumibile anche visionando – come fa notare Cartocci – altre versioni della copertina e della grancassa, che continua – letta “a specchio” – ad indicare la data della presunta morte di Paul. Il punto è che la copertina di Sgt. Pepper’s, così come quella di Abbey Road e di altri album, è letteralmente disseminata anche di altri indizi collegabili alla PID. Inoltre, molti sono sicuri, esaminando con cura le foto, d’aver individuato delle stranezze sul Paul McCartney post 1966: «il mento (che il sosia avrebbe più lungo del Paul originale); la posizioni degli occhi rispetto al naso; colore degli occhi; orecchie modificate (da operazioni?); inoltre, altezza superiore, dai 3 ai 5 cm in più» (p. 241). D’accordo, ma i Beatles? Come hanno preso le voci su Paul?

Sono state sempre negate – in primis dall’interessato -, anche se le risposte alle domande sugli strani particolari presenti sulle copertine dei loro album, sui video o sulle canzoni sono parse lacunose se non più misteriose dei particolari stessi. Ad ogni modo, se si vuole esaminare criticamente la PID, sono almeno tre gli elementi che la rendono assai improbabile: 1) la difficoltà – che i Beatles avrebbero superato alla grande – di rintracciare al volo, se Paul fosse davvero morto, non solo un sosia perfetto, ma addirittura talentuoso come se non più dell’originale; 2) la difficoltà di tenere nascosto un segreto per così tanto tempo: un finto Paul, prima o poi, si sarebbe “tradito”; 3) l’elevato numero – dalle 40 alle 50 persone – che avrebbero dovuto sapere di questo segreto senza mai rivelarlo.

Dunque è tutta e solo una leggenda? Per tanti sì. Eppure – oltre agli enigmatici, numerosi e mai spiegati indizi disseminati nelle opere della band (circa 170) – qualcosa che non torna, in questa storia, c’è davvero. Posto infatti che la seconda parte del 1966 fu un periodo davvero difficile per i Beatles (stavano per sciogliersi e il 10 novembre (!) fu annunciato dal loro vice-manager che non avrebbero più tenuto concerti, cosa rientrata parzialmente nei primi mesi del 1967, dato che comunque i tour cessarono), dal quale uscirono trasformati nella musica e nel look, vi sono elementi che colpiscono. Il maggiore, forse, è un’analisi effettuata nel 2009 da un’anatomopatologa, dott.ssa Gabriella Carlesi, e da un informatico, Franco Gavazzeni, esperti nel riconoscimento craniometrico e decisi a confutare la PID.

Ebbene, questi due esperti, esaminando le foto pre e post 1966, si sono con loro stessa sorpresa trovati – considerando particolari quali la mandibola, la commessura labiale, l’orecchio destro, la dentatura nonché la forma del palato – nella impossibilità di affermare con certezza che il Paul di oggi sia lo stesso di ieri. Cosa notevole anche perché analoghe differenze – in questa ricerca, diffusa dalla rivista Wired -, non sono state rilevate nel raffronto di foto post 1966. Anche il ricercatore Daniele Gullà, nei primi mesi del 2012, ha condotto analisi fisiognomiche e vocali su elementi pre e post 1966 rilevando scostamenti notevoli. Differenze pare siano state riscontrate anche da perizie calligrafiche, e c’è chi sostiene ve ne siano pure nella misura dei piedi (che si sarebbero “allungati”, passando da 41 a 44).

Attenzione perché non è finita. Infatti, non mancano neppure – come Cartocci, in modo assai documentato e professionale, evidenzia – strane gaffe che Paul McCartney, negli anni, avrebbe collezionato nelle interviste, dimostrando di non conoscere o non ricordare episodi e fatti non esattamente secondari della storia dei Beatles. Un altro particolare molto curioso è il fatto che l’auto con cui Paul avrebbe avuto il famoso incidente mortale, una Aston Martin che il cantante ha effettivamente sostituito nel 1966, ora si trova in Italia ed ha un nuovo proprietario. Ebbene, facendo delle indagini sull’auto, il ricercatore Donato Pastore ha potuto scoprire come: a) abbia davvero avuto un incidente importante; b) nell’auto fosse presente del sangue (anche se – pare – non in quantità così abbondanti).

Sempre Pastore sostiene, da sue fonti, che ai dipendenti della casa discografica dei Beatles fosse stata comunicata, nel ‘66, la notizia della morte di Paul. D’accordo, ma allora chi sarebbe il Paul attuale – o Faul, per i sostenitori della PID? Le ipotesi sono molteplici anche se i più, fra quanti credono alla leggenda, propendono per tale William Campbell, un ex poliziotto ricorso alla chirurgia, ipotesi suffragata da una misteriosa foto e da alcuni messaggi – pare – contenuti nelle canzoni. Un altro particolare molto strano della vicenda, è una dichiarazione di Ringo Starr, il battersita dei Beatles, del 2011 con la quale ha affermato testualmente: «La gente percepisce Paul come colui che pensa di essere l’unico membro rimasto, quando in verità sono io. Io sono l’ultimo Beatle superstite!».

Che cosa intendeva dire? E, soprattutto, come diamine può Ringo essere «l’ultimo Beatle superstite», essendo in vita ancora Paul McCartney? A questo come ad altri interrogativi, al momento, non è possibile fornire una risposta, con conseguente campo libero alle supposizioni. Tornando a noi, per concludere, la cosa molto bella di Paul is dead?– libro di cui consiglio l’acquisto perché si legge con una facilità estrema e presenta ampia e dettagliata documentazione sull’intera storia Beatles, oltre che su questa leggenda – è che l’Autore non sposa la tesi della morte di Paul (posto che una sua eventuale sostituzione non implica necessariamente la sua morte), ma si limita, con grande correttezza, a presentare tutti gli elementi dalla vicenda lasciando così al lettore la libertà di formarsi una propria opinione.

Anzi, è lui stesso – nelle pagine laddove esterna il suo pensiero – a mostrarsi cauto pur sottolineando l’esistenza di numerosi indizi: «La mia personale impressione è che all’epoca molta gente “del giro” conoscesse il meccanismo del “Paul is Dead” (morte vera o simbolica che sia) e non perdesse occasione per seminare indizi» (p.173). Ora, come stanno le cose? Paul è davvero morto, o è stato sostituito oppure è stato uno scherzo della band? In assenza della prova del Dna (esame cui né il vero Paul né, tanto meno, l’eventualmente “falso” avrebbe interesse a sottoporsi), restano più dubbi che certezze. Anche se chi ha sognato grazie a questa mitica band, alla fine, non può non concordare con quanto Cartocci ha affermato in un’intervista: «Se i Beatles sono stati quattro, io li ho amati; se sono stati cinque, li ho amati tutti e cinque».

Giuliano Guzzo

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