Marchini

 

 

 

 

 

«Marchini e il figlio salvo dal coma perché non si è mai fatto canne. Ignoranza, disinformazione e proibizionismo: i veri alleati delle mafie»: la critica che, via Twitter, lo scrittore Roberto Saviano ha mosso al candidato Sindaco di Roma, Alfio Marchini, reo d’essersi dichiarato contro la legalizzazione della cosiddette droghe leggere, è evidentemente pesantissima. Sostanzialmente, l’autore di Gomorra ha difatti accusato Marchini – e con lui chiunque non sposi la prospettiva antiproibizionista, che da Soros a Rockefeller accomuna tanti filantropi – di essere un alleato della criminalità organizzata. Verrebbe da commentare, pensando ad una bellissima canzone di Lucio Battisti: tu chiamale, se vuoi, esagerazioni…

Sta di fatto che il costruttore romano, senza scomporsi, ha controreplicato allo scrittore segnalandogli un articolo apparso non su qualche giornalaccio di destra bensì su una rivista scientifica – la Rivista di Psichiatria, 2015; Vol.50(5):195-198 – i cui autori da un lato rammentano che «la letteratura scientifica, per chi volesse obiettivamente documentarsi sull’argomento, è vastissima e assolutamente concorde nell’indicare rischi e conseguenze psichiatriche dell’assunzione di cannabis» e, dall’altro, si chiedono se sia poi «verosimile che la messa a disposizione di una sostanza già di amplissima e, praticamente anche se non legalmente, libera diffusione possa contribuire alla riduzione del suo uso, o non sia piuttosto ben più probabile, o inevitabile, il contrario».

E Saviano? Al momento, nessuna risposta. Silenzio. Un classico di molti intellettuali: calano dall’alto le loro tesi quasi fossero sentenze ma non appena uno prova timidamente ad alzare il ditino per esporre i propri, di argomenti, si tengono ben alla larga dal confronto. In compenso buona parte del popolo della Rete si è rumorosamente schierata contro Marchini: senza, guarda caso, opporre nuove ricerche o criticare nel merito il pensiero esposto dagli Autori dell’articolo apparso sulla Rivista di Psichiatria, ma solo insultando a più non posso. Pure questo un triste classico di Twitter e del web, con l’obbligo della sintesi di pensiero che – troppo spesso – si traduce nel suo svuotamento. E tanti saluti all’invocato pluralismo che su questo ed altri temi va benissimo, come no: purché la pensino tutti allo stesso modo.

Giuliano Guzzo

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