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Più osservatori hanno rilevato come, la settimana scorsa, i media abbiano riservato molto spazio alla morte di una diciannovenne travolta da un treno mentre, ascoltando la musica, attraversava incautamente i binari in una stazione di Milano: una fine terribile – è stato fatto notare –, ma che solo in Italia accomuna, ogni anno, decine di persone. Perché allora, ci si è chiesto, l’attenzione mediatica è stata così ampia per la giovane morta la scorsa settimana? Forse perché si trattava di un’aspirante modella? Possibile quindi che l’aspetto esteriore di una persona determini, anche in una notizia tragica, la sua visibilità sui mass media? Ora, senza voler tentare di dare una risposta a simili interrogativi, non si può non rilevare come questi, a ben vedere, possano essere riassunti tutti in un’unica e più generale domanda: conta la bellezza? E quanto?

Da sociologo che non ama giri di parole, vuoto subito il sacco dicendo che sì, la bellezza, specie nella civiltà dell’immagine, conta. E conta più di quanto il politicamente corretto lasci pensare. Si tratta però di comprendere – per evitare banalizzazioni – in che modo esattamente la bellezza conti, vale a dire nell’associazione, che risulta spesso in pratica automatica, che porta a sovrapporre fino a ritenerli equivalenti – per usare un’espressione sintetica e chiara – il bello ed il buono. Già alcuni decenni fa si è per esempio dimostrato come, posti davanti ad immagini di persone di bell’aspetto – maschi e femmine -, si sia in modo più o meno consapevole portati ad attribuire a costoro tratti di personalità più desiderabili, migliori capacità genitoriali, successo professionale (Journal of Personality and Social Psychology, 1972).

Beninteso: posto che i canoni estetici variano, l’associazione fra uno stereotipo positivo e l’estetica di un soggetto non è sempre forte, anzi in taluni ambiti pare risulti persino irrilevante (Psychological Bulletin, 1991), tuttavia la sua esistenza non solo è indubbia, ma risulta suffragata anche da studi molto recenti che l’hanno riscontrata specie laddove il soggetto identificato come giudicante non disponga di molte altre informazioni su colui o colei che deve valutare. Nel caso per esempio, in occasione di elezioni, della formazione della scelta del candidato da votare, pare che – in assenza di altri elementi sui quali basare la preferenza, quali l’appartenenza politica o la simpatia per uno schieramento anziché per un altro – il cervello tenga in notevole considerazione il fattore della bellezza esteriore (The Journal of Neuroscience, 2015).

Non è del resto un caso che gli spot presentino i politici più belli di come sono dal vivo, e che Matteo Renzi – poco dopo aver ingaggiato Jim Messina, il consulente dei leader mondiali, per affrontare al meglio il referendum sulla riforma costituzionale – sia tornato ad apparire sui media dimagrito e con qualche sapiente tocco, fateci caso, di lampada abbronzante; ma non divaghiamo. Si diceva che la bellezza conta nell’associazione fra il soggetto bello e le sue presunte qualità e che questo appare provato da ricerche recenti. Ora, tra i tanti studi sul tema, trovo significativo quello con cui, esaminati oltre centosessantamila votazioni nell’arco di cinque anni collegandole alle carte d’identità degli studenti e assegnando a ognuno un livello di bellezza, dei ricercatori hanno scoperto che le ragazze più carine della media erano pure quelle dai voti più alti.

A confermare il ruolo strategico che può avere il fascino è emerso pure un altro elemento: nel momento in cui si sono analizzati i voti presi dagli stessi studenti nei corsi online, nei quali non era previsto alcun contatto con gli insegnanti, il vantaggio delle studentesse più carine su tutti gli altri è venuto meno (Metropolitan State University of Denver, 2015). Dunque la bellezza – piaccia o meno – conta davvero. Ma non è sempre e necessariamente un vantaggio. In una ricerca recente si è per esempio visto come – anche se non si direbbe – esista un legame fra le bellezza del commesso e l’imbarazzo che le clienti donne provano negli acquisti, che divengono meno sereni e più veloci; viceversa pare che dinnanzi a commessi d’aspetto normale le donne si sentano più libere di guardare e comprare i prodotti che desiderano (Journal of Consumer Research, 2015).

In pratica, è come se la bellezza mettesse soggezione. Un effetto poco piacevole, in questo caso, che però conferma quanto si è poc’anzi detto e cioè che il fattore estetico altrui non è mai particolare trascurabile o ininfluente. Che cosa porta a concludere tutto ciò? A mio avviso almeno tre cose. Il primo è che chi dice che – sul piano sociale, s’intende – la bellezza estetica non conti affatto o è un disinformato o è un bugiardo. Il secondo è che le persone, maschi e femmine, più belle esteticamente in qualche misure risultano avvantaggiate rispetto alle altre: non per questo meritano di essere colpevolizzate, sia chiaro, ma al tempo stesso sarebbe ipocrita fingere che così non sia e negare che si è guadagnato posizioni socialmente significative pur essendo poco attraente non abbia dovuto sudare qualche camicia in più.

La terza considerazione concerne il fatto che la gran parte degli studi sull’influenza sociale della bellezza, inclusi quelli poc’anzi richiamati, riguarda soggetti giovani, nei quali la bellezza è un dato più apprezzabile. Ma la giovinezza è una stagione dell’esistenza che, una volta raggiunta la maturità, tende poi a passare. Che significa? Significa che anche gli uomini e le donne molto belle non sono tali per sempre; perciò è opportuno che tutti – nessuno escluso – s’impegnino, oltre a curare il proprio aspetto, a ricercare anche una bellezza che resista al tempo, altra da quella esteriore. In Il curioso caso di Benjamin Button, un film che consiglio a chi non lo avesse visto di vedere, il personaggio interpretato da Cate Blanchett, per consolare la persona amata, un Brad Pitt rattristato dalla volatilità dei bei momenti della vita, esclama: «Certe cose durano».

Ecco, credo che – senza negare ipocritamente la rilevanza del fattore estetico – un modo per guardare oltre e per assaporare una bellezza più profonda sia appunto quello di prestare attenzione, nella propria vita, alle «cose» che durano, che non solo sfidano l’invecchiamento, ma portano a riscoprine il sapore. Di quali «cose» si tratta? Questa è la classica domanda da un milione di dollari, alla quale è impossibile rispondere in modo assoluto. Una cosa però – anche alla luce del Grant Study, uno studio di Harvard durato oltre 70 anni e che ha monitorato le vite di centinaia di persone – può essere detta: le «cose» che «durano» e che quindi rendono bella non tanto e non solo una persona, ma soprattutto la sua vita sono le cose condivise, le relazioni affettive, le esperienze mediante le quali, subito o col tempo, si arriva ad apprezzare la bellezza dell’Altro.

Giuliano Guzzo

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