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La decisione con la quale la Corte distrettuale di Oslo, condannando lo Stato ad un risarcimento di 331mila corone, ha nelle scorse ore ritenuti violati i diritti umani di Anders Breivik, oltre a fare il giro del mondo sta facendo e farà inevitabilmente discutere a lungo; il che è del tutto comprensibile se si pensa alle peculiarità del sistema giuridico norvegese, alla vera o presunta violazione delle Convenzione europea dei diritti umani di cui Breivik, nel corso della detenzione, sarebbe vittima e soprattutto all’idea, da molti rigettata, che un massacratore di quasi ottanta persone – uno che di diritti altrui se ne intende, insomma – possa ancora vedersi riconosciuti i propri.

A fronte dei numerosi spunti di riflessione che il caso sta originando, ritengo però ve ne sia uno sul quale più di altri urge soffermarsi, e che ha a che vedere proprio con l’indignazione generale che detto pronunciamento della corte norvegese ha sollevato: come mai? Per quale motivo persone e osservatori di Paesi, culture e formazioni differenti si trovano e si troveranno a commentare una simile vicenda sottolineandone la forte problematicità? Si può liquidare lo scandalo sorto come reazione puramente emotiva ad una notizia singolare, certo. Ma l’entità dell’indignazione è tale da indicare la necessità, a mio avviso, di un approfondimento ulteriore.

Più precisamente, credo che il motivo per cui parecchi si sentono chiamati in causa – come esseri umani, prima ancora che come europei o norvegesi – da questa sentenza, sia riconducibile all’avvertita dissociazione fra il diritto e la Giustizia, tra l’applicazione di una legge che magari (spetterà agli specialisti stabilirlo) è stata pure applicata correttamente e il suo fondamento originale, che dovrebbe ispirare non solo l’operato dei tribunali ma pure, più in generale, gli ordinamenti giuridici. Ebbene, pur non essendo giuristi e pur in molti casi ignorandone gli aspetti tecnici, tanti ritengono che il riconoscimento dei diritti di Breivik abbia qualcosa di fortemente paradossale.

Questo perché – lo si diceva poc’anzi – viene percepito uno scollamento fra come il diritto è fra come dovrebbe essere; il che, dal mio punto di vista, è assai positivo giacché costringe tutti noi a riflessioni verso cui siamo scoraggiati da un clima culturale relativista, che vede da un lato nel pluralismo non solo un valore bensì quasi un dogma, e, dall’altro, tantissimi accettare acriticamente sentenze di Alte Corti per il solo fatto che sono esse a pronunciarle: ma il diritto non è sempre Giustizia. Anzi, può accadere (anche nel 2016!) che la Giustizia – intesa come realizzazione del Bene e dell’Equità – venga tradita da un diritto che pure può essere formalmente corretto.

Ne consegue come – al di là del destino di Breivik, che mi permetto di ritenere questione trascurabile quand’anche il suo isolamento carcerario fosse più duro che mai – questa vicenda abbia un merito enorme, e cioè quello di costringere tutti, dall’insigne giurista all’uomo della strada, a ridiscutere i binari valoriali di una società che, nella misura in cui cessa di occuparsene ritenendo sufficientemente rassicuranti le norme vigenti e sufficientemente saggi i magistrati di oggi, rischia di deragliare. Questo perché la Giustizia e soprattutto la distinzione fra Bene e Male è patrimonio universale, non solo giuridico né solo filosofico.

Sapremo mettere a frutto l’indignazione che la clamorosa decisione Corte distrettuale di Oslo sta sollevando? Si potrà rendere quindi utile questa vicenda per una riscoperta non solo norvegese e possibilmente non solo europea di una Giustizia che sappia essere premessa e non più ostaggio del diritto? Tutto dipende da quanto sapremo “leggere dentro” la rabbia e lo scandalo che stiamo sperimentando comprendendo che ciò che ci muove, prima e più delle condizioni carcerarie assicurate al killer norvegese e più ancora della memoria delle sue molte vittime, è una spinta verso il Bene, una spinta metagiuridica e inscritta, sia pure con sfumature differenti, nel cuore di ognuno di noi.

Giuliano Guzzo

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