figlio

 

 

 

 

 

In un recente incontro pubblico la senatrice Monica Cirinnà, a domanda molto chiara – «Mi sta dicendo che un padre e una madre sono uno stereotipo e un pregiudizio?» – ha risposto altrettanto chiaramente: «Sì, in molti casi sì». La dimensione di una simile sciocchezza, come non ci vuole molto a capire, è davvero imbarazzante e meriterebbe di essere liquidata con una sonora risata se non fosse stata espressa da una rappresentante del popolo italiano; quest’ultimo aspetto, in particolare, suona allarmante. Per dimostrare come lo «stereotipo» ed il «pregiudizio» alberghino anzitutto nella mente di chi ritiene quella paterna e materna figure superate, pubblico eccezionalmente – senza, per non appesantire troppo la lettura, le oltre quaranta note a piè di pagina del testo – un paragrafo del mio libro in cui mi sono occupato dell’argomento per dimostrare come il benessere di un figlio abbia nella famiglia composta da suo padre e sua madre sposati la prima garanzia. Dubito che, al termine di questa pur sintetica lettura, si potranno trovare buone ragioni per non solidarizzare con la senatrice Cirinnà per l’evidente confusione con cui parla di certi argomenti. Buona lettura.

«Venendo ora al dunque rispetto all’interrogativo col quale siamo partiti, e cioè la necessità – oggi messa sistematicamente in discussione – da parte dei bambini di crescere con un padre e una madre, le considerazioni doverose sono almeno un paio. La prima, con riferimento alla crescita dei figli all’interno di coppie non eterosessuali, è che nessuno dei 59 studi che l’American Psychological Association ha raccolto per sdoganare le cosiddette “famiglie omosessuali” effettua «una comparazione tra un vasto, casuale e rappresentativo campione di genitori gay o lesbiche insieme ai loro figli con un campione vasto, casuale e rappresentativo di genitori sposati con i loro figli». Quando sentiamo dire – come peraltro accade spesso – che non meglio precisati studi scientifici o addirittura che tutti gli studi scientifici mostrerebbero come a un bambino non cambi nulla crescere con due mamme o due papà, o che questo sarebbe persino migliore per lui, stiamo quindi attenti, perché nella gran parte dei casi, soprattutto quando vengono presentate come certe, queste informazioni non sono esatte o provengono da ricerche prive di fondamentali requisiti metodologici. La seconda considerazione riguarda gli esiti di decenni di ricerca di alto livello, che hanno messo chiaramente in luce come per i piccoli crescere nella loro famiglia naturale comporti una fitta serie di benefici, tra i quali ricordiamo una crescita maggiormente equilibrata, un’identità personale più solida, miglior rendimento scolastico e minori disturbi emotivi. Identiche conclusioni sono emerse anche da un lavoro del 2002 col quale tredici studiosi, passando in rassegna centinaia di studi di psicologia, sociologia, economia e medicina, hanno inteso misurarsi con la seguente domanda: «Che cosa sappiamo dell’importanza del matrimonio per i bambini, per gli adulti e per la società?». Il valore che per un figlio ha l’esperienza di crescere nella propria famiglia naturale è indirettamente suffragato dai minori livelli di benessere che mediamente si riscontrano nei bambini che crescono con un solo genitore o con genitori acquisiti rispetto a quelli biologici; realtà, questa, che si può spiegare ipotizzando una maggiore propensione, da parte dei genitori naturali, ad investire nella formazione e istruzione dei loro figli. Ad ogni modo i vantaggi per coloro che crescono con i propri genitori biologici non si fermano all’infanzia e, oltre a determinare rischi più contenuti sui versanti cognitivi, emotivi e sociali, si riflettono anche nell’età adulta con maggior benessere, un più soddisfacente tenore di vita, longevità. Un grande fattore di garanzia per i figli – oltre a quello di crescere coi propri genitori biologici – è quello di farlo in una coppia sposata anziché in una coppia di conviventi. Infatti, posto che già solo il fatto di nascere da madre sposata è associato a una riduzione del pericolo di mortalità infantile fino al 50%, crescere coi genitori sposati costituisce una garanzia dagli effetti positivi che si riscontrano sul versante comportamentale, su quello economico e su un rischio che pare ridursi fino a cinque volte, rispetto ai bambini che crescono all’interno di una convivenza, di vedere i propri genitori lasciarsi. Inoltre, la stabilità educativa garantita dal crescere coi propri genitori sposati, in particolare col proprio padre, si traduce in minori possibilità, per le ragazze, di rimanere incinte precocemente e al di fuori del matrimonio. Al contrario, i benefici per i figli che crescono con una coppia convivente risultano contenuti e più simili a quelli sperimentati dai bambini che crescono con un solo genitore, o in una coppia risposata, rispetto a coloro che hanno padre e madre sposati. La situazione peggiore, tuttavia, rimane quella dei figli che crescono con un solo genitore: un’accurata ricerca effettuata sui bambini svedesi ha rilevato per quelli cresciuti da un solo genitore circa il 50% di possibilità in più di tentativi di suicidio, abuso di alcol e di droghe. Questo insieme oggettivamente impressionante di risultanze positive per i figli che crescono coi genitori sposati, confermando i benefici individuali e collettivi del matrimonio, con alta probabilità deriva da quelle sperimentate dalla coppia coniugata e già ricordate nel confronto fra la vita matrimoniale e la convivenza. Chiaramente, i benefici per i figli che crescono coi genitori sposati a loro volta aumentano al diminuire del livello di conflittualità interna alla coppia. Ma l’aspetto che qui pare importante sottolineare è che padre e madre, proprio in ragione dei differenti ruoli educativi che incarnano alla luce delle loro differenze innate come uomo e come donna, offrono un contributo alla formazione dei figli diverso e complementare, che sarebbe impossibile da realizzare per un uomo o per una donna singolarmente. Tali differenze si rispecchiano anche nel tempo che concretamente ciascun genitore trascorre coi figli. «In società di tutto il mondo – dall’Africa, all’America Latina, al Giappone, agli Stati Uniti – i bambini dai tre ai dieci anni passano più tempo con la madre che con il padre, dalle due volte e mezza alle dodici volte in più», annota Rhoads e, indipendentemente dalla nazionalità, le ragazze manifestano più attenzione per i bambini e vengono preferite come baby-sitter. In particolare, il ruolo educativo materno si manifesta, fra le altre cose, in atteggiamenti di maggior dolcezza e sensibilità che si esprimono, per esempio, nella capacità di meglio intendere le espressioni facciali dei neonati e di offrire un sostegno decisivo alla salute di quelli nati prematuri. Non solo: la comunicazione fra madre e figlio, a dimostrazione di quanto sia speciale e determinante, sembra iniziare ancor prima del parto, come dimostrano ricerche che studiando il bambino non ancora nato hanno rilevato la sua capacità di tentare di dare risposte alla voce materna e di memorizzarla fra le altre. Questo non deve però far pensare che la presenza del padre nelle fasi iniziali della vita del figlio sia superflua o secondaria: tutt’altro. Uno studio condotto su bambini di appena 12 mesi ha dimostrato come una stretta relazione col padre risulti associata a risposte migliori, da parte dei piccoli, a situazioni di disagio. L’importanza della figura paterna è inoltre suffragata da studi che hanno messo in luce come la lontananza dal padre biologico risulti correlata a maggiori rischi, per i figli, di un’esperienza di crescita problematica. Non solo: l’assenza paterna è associata ad attività sessuale precoce, scarso rendimento scolastico, aggressività, problemi psichiatrici, uso maggiore di alcol e marijuana; deficit comportamentali legati all’assenza paterna sono stati riscontrati, tanto sono significativi, anche in studi su animali. Questo avvalora la tesi, ripresa fra gli altri dal professor Bradford Wilcox, docente di sociologia alla University of Virginia, secondo cui il padre è un pilastro educativo fondamentale, soprattutto per quanto riguarda l’introduzione del figlio nel mondo esterno rispetto all’ambito familiare. Ora, alla luce di così numerose evidenze, non meraviglia che la crescita di un figlio – anche sorvolando sulle conseguenze negative del divorzio – risenta gravemente dell’eventuale assenza di una delle due figure genitoriali. Meraviglia semmai che vi sia il bisogno di ripetere quello che la semplice osservazione e, prima ancora, il più elementare buon senso, indicano già con estrema chiarezza. Se infine si pensa che se da un lato la presenza di padre e madre è fondamentale per i figli, e dall’altro pure la presenza dei figli – a dispetto di rilevazioni che associano la genitorialità a minore felicità individuale – oltre ad arginare il rischio di divorzio, determina tangibili vantaggi per la stessa salute dei genitori , in particolare per le madri, incluse quelle con un alto numero di figli , si comprende in modo inoppugnabile l’altissimo valore che la famiglia mantiene non solamente sul versante etico, ma anche su quello personale e umano. In altre parole, l’istituto familiare – oltre a rappresentare un modello di vita moralmente esemplare, fondato sulla solidarietà reciproca, l’apertura alla vita e l’impegno educativo – presenta un’indubbia convenienza: per il bene dei coniugi e per quello dei figli. E chiunque, all’insegna del relativismo familiare, intendesse sostenere il contrario o ridimensionare questa evidenza troverebbe continuamente sulla propria strada un’avversaria invincibile: la realtà».

(Da: Guzzo G. La famiglia è una sola, 2014).

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