intervista

 

 

 

 

 

Qualche giorno fa ho pubblicato una breve analisi con la quale riassumevo tutte le possibili critiche, ancorché deboli o pretestuose, che verranno mosse al Family Day allo scopo di delegittimarne le istanze. L’articolo è stato letto da svariate migliaia di persone e molti mi hanno ringraziato soprattutto per l’utilità del mio scritto. Sempre nella speranza di propiziare la piena riuscita dalla grande manifestazione che fra due giorni si terrà al Circo Massimo, desidero ora formulare un invito forte e chiaro a tutti coloro che vi aderiranno: sabato, a Roma, non rilasciate interviste. A nessuno e per nessuna ragione.

Mi rendo conto che le mie parole possano sembrare dure, ma passo subito a motivarle. Dovrebbe essere ormai chiaro un po’ a tutti, rispetto alla questione delle unioni civili, da che parte stiano – con poche eccezioni – i mass media; lo si vede da come, da alcuni mesi, vengono condotte la trasmissioni sull’argomento, dalla faziosità dei presentatori ai servizi televisivi con i quali vengono presentate le “nuove famiglie”, così sdolcinati e surreali (il sottofondo musicale non è mai casuale) da far apparire quella della Mulino Bianco, con papà e mamma fotomodelli e i figli eternamente sorridenti ai limiti della paresi facciale, la classica famigliola della porta accanto.

Una testimonianza della scorrettezza – specie su questi temi – di certi giornalisti la si è avuta, per fare un esempio più chiaro che possa rendere meglio l’idea, in occasione dello scorso Meeting di Rimini, durante il quale grazie ad uno “scoop” di Repubblica (“scoop” consistito in un montaggio truffaldino di alcuni interventi in seno ad uno stand) si è arrivati ad additare un pacifico e coltissimo frate domenicano – padre Giorgio Carbone, che ho la fortuna di conoscere personalmente – quasi come un macellaio di persone omosessuali, arrivando a convincere gli organizzatori dell’evento che certe conferenze, benché si fosse appunto al Meeting di Rimini, fosse meglio interromperle.

Bene, questo stesso sistema mass mediatico – pur di denigrare il Family Day, in questi giorni presentato da più di qualcuno come il ritrovo di tutti i divorziati e i pervertiti d’Italia – non starà certo a guardare e senza dubbio manderà qualcuno ad intervistare i manifestanti ma non, questo è il punto, per raccogliere opinioni, anzi: a chi intervista, in casi come questi, non interessa proprio nulla della persona intervistata. Sia chiaro. Il solo scopo è quello, nei limiti del possibile – e magari con domande pungenti sull’omosessualità –, di montare un servizio piccante e critico sul popolo del Circo Massimo, da presentare al mondo come intollerante.

Se a questo si aggiunge la velocità supersonica con cui, nel tempo dei social newtork e della condivisione virale, certi video possono circolare, diviene chiaro come qualche battuta infelice o qualche frase fuori dal contesto, magari sul sito internet del Corriere o di Repubblica, possa danneggiare una manifestazione molto di più di una scarsa adesione, rischio che il Family Day non corre. Proprio perché non c’è il rischio di poca affluenza, sarebbe quindi grave incorrere – scivolando su una buccia di banana – in poca furbizia vanificando tutto. Di qui l’opportunità, da parte di tutti, di una adesione massiccia ma cauta e pacifica.

Ci tengo, infine, a precisare che l’invito a non rilasciare interviste ai partecipanti – i quali, da questo punto di vista, hanno una responsabilità molto superiore rispetto a coloro che parleranno dal palco – non è sfiducia nei loro confronti: da sociologo che ha scritto un libro specifico su questo tema, sulla famiglia avrei qualcosa da dire anch’io. Ma non al Circo Massimo. Sabato a parlare, infatti, – e forte e chiaro – deve essere tutta la piazza. Così che domenica i partecipanti possano commentare con soddisfazione questo evento, che dalle adesioni si annuncia storico, e le trappole per topi rimangano vuote come, da tempo, sono le argomentazioni a favore del ddl Cirinnà.

giulianoguzzo.com

 

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