sinodo

 

 

 

 

 

Sui lavori dei padri sinodali, in queste settimane, si sono diffuse leggende, veri e presunti scoop, voci di complotti perfino; si sarebbe potuto agevolmente completare un testo coi miti sul Sinodo. Poi però è successo un guaio: il Sinodo è finito. Un guaio per tutti coloro che garantivano stupefacenti rivoluzioni e che ora sono costretti – pur facilitati da una copertura mediatica senza precedenti – a raccontare frottole. Sì, perché delle fantomatiche aperture, nella “Relatio finalis”, manco l’ombra. Sul serio. A cominciare dalla comunione ai divorziati «o meglio –  fa notare Sandro Magister, senz’altro il meno politicamente corretto, oggi, tra i vaticanisti – il “discernimento e integrazione” nella Chiesa dei divorziati e risposati civilmente, senza che mai in tali paragrafi compaia una sola volta la parola “comunione” […] Della “comunione” non c’è dunque nemmeno la parola […] pur nella ricchezza di “discernimento e integrazione” proposta per i divorziati risposati». Poche parole che, converrete, dicono già molto della distanza fra realtà e rappresentazione sinodale.

«Ma c’è anche un altro paradosso in questo voto, arrivato dopo due anni abbondanti di discussione infinita. Il paradosso – continua Magister – è che è andato a cadere su una soluzione già messa in campo dai due papi precedenti in forma addirittura più esplicita, facendo essi sì parola della “comunione”». Come mai tutto questo sui mass media non emerge, anzi, si racconta l’esatto opposto magnificando la comunione ai divorziati risposati, ancorché approvata solo per un solo voto e «caso per caso»? Semplice: perché altrimenti, gli amici “aperturisti” – siano essi giornalisti, semplici fedeli o preti – dovrebbero ammettere un’amara bocciatura. E dire che pure da questo modestissimo blog, a pochi giorni dall’inizio del Sinodo, sì era stati chiari, richiamando le dichiarazioni di tre cardinali non tradizionalisti e stimati dal Pontefice – Erdö, Vingt-Trois e Menichelli, quest’ultimo nominato direttamente da Papa Francesco -, nell’invitare alla prudenza rispetto a cambiamenti irrealistici. Anche perché, se così è andata per la comunione ai divorziati, sulle unioni omosessuali, altro tema caldo, il giudizio è stato ancora più netto:

«Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso» (76). E queste sarebbero “aperture”? Suvvia. Certo, rimangono da vedere il pronunciamento del Papa nonché la possibilità di decisioni fra le quali, per esempio, ulteriori commissioni di approfondimento sui temi più controversi. Tuttavia questi, finora, sono i fatti: piaccia o meno. Significa forse che il Sinodo sia stato inutile e che la “Relatio finalis” non dica alcunché? Basta un’occhiata veloce al documento di cui si sta parlando – nel quale, fra l’altro, si denuncia l”inesistente” pericolo del gender – per comprendere che così non è. Ma la sospirata “rivoluzione”, a quanto pare, può attendere. Nonostante facciano di tutto – il perché chiedetelo ai burattinai, cattolici inclusi, dell’informazione – per dirvi il contrario.

giulianoguzzo.com

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