nocompromesso

 

 

 

 

 

 

Nei giorni più bollenti dell’anno, strano ma vero, soffia comunque un po’ di vento, ma non rinfresca per nulla: è il vento del compromesso. Dal Parlamento ai vertici della Chiesa italiana, pare sia infatti iniziata una corsa all’accordo per le unioni civili; si vocifera di cene, di oscure trattative, di alleanze surreali e tutte convergenti su un punto: l’approvazione del disegno di legge Cirinnà. Nessuno scandalo, intendiamoci: l’arte del possibile è fatta anche di questo, se non soprattutto. Il punto è che qui si sta parlando di famiglia, di adozioni, di figli. E su questo nossignori, non si tratta. Lo ha detto la manifestazione oceanica di piazza San Giovanni, lo scorso 20 giugno; lo hanno testimoniato le centinaia, anzi migliaia di partecipanti alle Sentinelle in Piedi, che in piazza sono arrivati a beccarsi insulti, risolini idioti e minacce pur di preservare il loro eloquente silenzio; e lo hanno insegnato, ancor prima, i grandi di ogni tempo – da Socrate a Gesù -, i quali, più che suggerirci come trattare, hanno fatto altro, indicandoci su cosa non lo si può fare.

Repetita iuvant, quindi: su matrimonio, figli e tutto ciò che compone l’architettura d’una civiltà non si tratta. Questo dev’essere ben chiaro non tanto al fronte LGBT, che legittimamente – dal proprio punto di vista – conduce battaglie e avanza rivendicazioni, bensì a quella parte di mondo cattolico importante ma appisolata o addirittura convinta che oggi non approvare le nozze arcobaleno significhi odiare o che vi sia chissà quale voragine normativa per il solo fatto che, da noi, ogni desiderio non è ancora diritto. E la si smetta con la manfrina dello scontro da evitarsi, anzitutto perché se qualcuno lo vuole non è certo il popolo del 20 giugno, e poi perché questa filastrocca buonista non sta scritta da nessuna parte, tanto meno nel Vangelo, dove Gesù seppe pure incavolarsi di brutto e, quando fu il suo momento, benché avesse solo da scegliere chi invitarvi – Caifa, Erode Antipa e Pilato – al banchetto preferì la Croce. Il laico forse può anche concedersi, insomma, il lusso della resa, ma il cristiano no.

Ciò non toglie un aspetto comunque fondamentale, e cioè che ora non si può neppure dire che sia in gioco l’antropologia: qui, molto semplicemente, è in gioco la realtà. E se non vogliamo pugnalare alle spalle pure Chesterton (1874-1936) iniziando a dire che due più due fa cinque o che d’estate le foglie sono rosse e gialle, dobbiamo evitare fratture e comporci serenamente, ciascuno al proprio posto, a presidio del pozzo del buon senso. Voleranno pesanti accuse di intolleranza? E che volino pure: se rimanere persone perbene significa accodarsi al politicamente corretto, cento volte meglio rimanere persone sveglie. C’è il rischio di non essere compresi? E pazienza: la storia umana è costellata di brutta gente che si faceva intendere da tutti, prima di macchiarsi di violenze orrende e non è dunque il caso di preoccuparsi di questo. La sola cosa davvero preziosa è la fermezza, è starsene vigili mostrando agli altri – e soprattutto a noi stessi, quando abbiamo paura – che nell’epoca del mercato globale esistono ancora cose che non si possono comprare, e sono le più belle di tutte.

 

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