milano

C’è il giornalista che parla di «costi della democrazia», il conduttore che si compiace di come, alla fine, sia stato «tutto misurato e circoscritto» nonché un vasto plotone radical chic in sonno, artisti e alfieri della società civile che alla prima occasione moraleggiano fino alla nausea sul razzismo reale o presunto di Tizio, sull’intemperanza verbale di Caio e sulla brutta battuta di Sempronio ma di fronte alla devastazione dei “contestatori” che distruggono tutto ciò che incontrano, stranamente, tacciono. Coma mai? Semplice dimenticanza? Suvvia, questa la raccontino a qualcun altro.

Il punto vero – e che gli scontri milanesi purtroppo confermano – è che nel nostro Paese c’è un settore culturalmente rilevantissimo di convegnisti, intellettuali e giornalisti che non la conta giusta. Che predica tronfio la legalità, sicuro, ma a tempo determinato; che è innamorato dell’antifascismo ma non ha mai digerito fino in fondo l’idea di antitotalitarismo. Che in definitiva si crede non solo moralmente superiore, ma superiore a tal punto da arrogarsi pure il diritto – anche davanti all’evidenza della brutalità – di dividere la violenza buona da quella cattiva, quella accettabile da quella orrenda. Questo è, inutile girarci attorno.

Sono legittimi eredi di coloro che spudoratamente brindarono alla notizia della gambizzazione di Indro Montanelli (1909-2001), che scrissero a L’Espresso una vergognosa lettera dando sostanzialmente del delinquente al commissario Luigi Calabresi (1937-1972), che a suo tempo negarono – salvo poi doversi ricredere – l’esistenza delle Brigate Rosse, come fece Giorgio Bocca (1920-2011). Il crollo dell’ideologia, insomma, non è avvenuto del tutto: è rimasta la miopia, l’incapacità di fare autocritica, di ammettere che i violenti, a volte, sono quelli che votano proprio come te. E questo fatto, questo negare a priori la realtà, mette addosso davvero enorme tristezza.

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