cristiani

Si fa consistente ricorso a espressioni differenti per descrivere quanto accaduto in Turchia all’inizio del Novecento: papa Francesco – sulla scia di evidenze riconosciute da anni anche dagli stessi storici turchi – ha osato parlare di “genocidio”, altri propendono per “pulizia etnica”, altri ancora per “massacro”. E’ una questione, confesso, mi interessa ed appassiona fino ad un certo punto. Il punto vero, sul quale sarebbe opportuno confrontarsi, è infatti che oggi in Turchia la religione musulmana è quella del 99,8% delle persone, mentre esattamente un secolo fa, in quelle terre, vivano tre milioni di cristiani, pari a un quinto dell’intera popolazione; fra questi, moltissimi erano armeni (Grim – Finke, The Price of Freedom Denied, Cambridge University Press, 2011). Anziché “genocidio” si vuole chiamarlo “festa di compleanno”? Bene, si faccia pure: il dato è comunque la scomparsa fisica di gente di fede cristiana.

Un discorso analogo si potrebbe fare, considerando una vicenda precedente a quella armena, con la Vandea, regione assai devota della Francia che pagò con fiumi di sangue la propria disobbedienza a Robespierre (1758–1794) e compagni: i testi scolastici non ne parlano ma su mezzo milione di persone totali, 300.000 furono quelle massacrate, e non vennero risparmiati neppure i bambini, accusati d’essere i «controrivoluzionari di domani». Non osiamo neppure immaginare – a fronte di innumerevoli e quanto meno disinvolte discettazioni sulla Santa Inquisizione o sulle Crociate – cosa accadrebbe a chi pensasse di ricordare quanto accadde ai vandeani accostandolo al destino armeno e osservando che, alla fine, il comune denominatore è sempre il sangue cristiano. Perché i crimini su cui c’è più censura o incertezza storica, quelli su cui non tutti sono d’accordo sono sempre quelli che hanno per vittime dei cristiani; quelli compiuti dai cristiani o semplicemente a loro addebitati, invece, sono notissimi. Guarda caso.

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