Germanwings

Come diavolo ha potuto? Per quale ragione Andreas Lubitz, il copilota non ancora trentenne dell’Airbus 320, ha voluto distruggere l’aereo trascinando nell’abisso, oltre alla propria, qualcosa come centocinquanta vite innocenti? Sono domande drammatiche e umanissime insieme, alle quali però non si riuscirà mai, probabilmente, a dare una risposta convincente, neppure nell’eventualità la si trovasse: c’è infatti un limite oltre il quale la ragione non può spingersi, dovendo riconoscere d’essere radicalmente diversa dalla follia e di non poterne identificare il volto. Ciò nonostante si può tentare – forse – di misurarsi col dubbio che serpeggierà fra molti: se quel giovane tedesco di 28 anni voleva davvero farla finita, se quella era veramente la sua più intima e meditata intenzione, perché mai – anziché blindarsi nella cabina ed azionare la perdita di quota dell’aereo, come purtroppo ha fatto – non ha scelto un’altra strada? Dopotutto, si osserverà, tanti sono i modi di togliersi la vita: perché allora sceglierne uno così orrendamente collettivo?

Mentre gli inquirenti stanno passando al setaccio la vita di quest’uomo, che pare avesse sintomi depressivi, possiamo azzardare una ipotesi. Anzi l’ipotesi perché , scartata la pista terroristica, non ne rimane che una: quella dell’odio per la vita. Un odio – o un’insoddisfazione – talmente travolgente da traboccare dalla singola esistenza fino a travolgerne altre. D’altra parte, se ci pensiamo bene, al di là di scenari di eroismo e sacrificio altruistico, la distruzione di se stessi è anche e soprattutto la distruzione del mondo, di ciò che ci circonda e di coloro che ci circondano. Chi purtroppo arriva ad uccidersi è come se dicesse agli altri: grazie, ma il vostro bene e la vostra presenza non mi bastano; voi esistete, d’accordo, ma è come se non ci foste. Siete magari accanto a me, ma non vicino a me: io sono solo e nulla, ormai, mi tiene più a galla. Il rifiuto della vita, in altre parole, non è mai solo il rifiuto della propria per il semplice fatto che la vita di ognuno – piaccia o meno – s’interseca di continuo con quelle degli altri, dai familiari agli amici, dai conoscenti a quelli visti una volta appena.

Il mito individualista racconta tutt’altro, ma la verità è questa. Certo, casi paragonabili a quello del volo Germanwings – fortunatamente – sono rarissimi e quasi sempre chi si suicida non ha la forza né la lucidità di pianificare altro. Il gesto di Lubitz, oltre ad evidenziare come neppure i difficilissimi test di ammissione dei piloti siano impermeabili a ciò che uno si porta dentro, ci ricorda però, nella sua devastante brutalità, la dimensione inscindibilmente relazionale di ciò che siamo. Se qualcuno avesse potuto intercettare prima il vortice presente nel cuore di questo copilota, se si fosse riusciti a rammentargli una volta di più l’importanza di stare in quota con l’aereo e nella vita, forse non saremmo qui a commentare tutto questo. Il punto è che nessuno sa il futuro, nessuno può prevedere di cosa sia in fondo capace un uomo lasciato solo magari non fisicamente, ma nello spirito. Per questo conviene giocare d’anticipo e scommettere sempre a priori sulla benevolenza: può capitare di esagerare, ma il bene voluto non è mai sprecato. Chiaro: può non bastare a far decollare un rapporto, se l’altro non vuole. Ma già impedire di far decollare la follia, a volte, fa la differenza.

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