bullismo

Guai a sottovalutare il problema della violenza fra i più giovani, la questione è indiscutibilmente seria. Tuttavia, proprio per questo ogni strumentalizzazione – così come ogni esagerazione – è da considerarsi come ingiusta e pericolosa, perché crea allarmi e genera confusione. Ebbene, un dato da tenere presente – fermo restando l’impegno a dover educare al meglio i nostri ragazzi – è che in Italia il bullismo è minimo, specie se confrontato con quanto accade nel resto d’Europa. Proprio così: i media alimentano il sospetto che nelle nostre scuole, complice un ritardo culturale tutto italiano, dilaghi la violenza, specie di stampo omofobo, razzista e sessista, ma i dati – che non sono né di destra né di sinistra – ci raccontano una realtà diversa.

E’ quanto emerge dalla lettura delle quasi centoquaranta pagine di un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, secondo cui appena il 5% dei giovani italiani fra gli 11 ed i 15 anni risulta effettivamente vittima di accertati episodi di bullismo: decisamente meno della media europea (11%), meglio dei giovani spagnoli e tedeschi, con questi ultimi che fanno registrare una percentuale superiore al 10%, e molto meglio pure dei francesi (15%) e degli austriaci (oltre il 20%); stando a questo studio, solamente la Svezia – e di appena 1 punto percentuale, comunque – è messa meglio di noi (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).

Certo, vi può essere una qualche variazione, da Paese a Paese, circa la tendenza da parte dei giovani a non denunciare gli episodi di cui sono vittime, ma non vi sono particolari elementi per dichiarare questi dati, rassicuranti per l’Italia, poco attendibili. Questo vuol dire che il problema del bullismo, da noi, non esiste? Certo che no: anche se si verificasse un solo caso di bullismo all’anno – e se ne verificano purtroppo molti di più – la questione rimarrebbe urgente. Quando però sentiamo che nelle nostre scuole urgono progetti educativi innovativi volti a scardinare non meglio precisati stereotipi di genere o a combattere violenze omofobe o razziste, è bene ricordare ai promotori di queste iniziative come stiano davvero le cose, e quale sia la situazione dei Paesi più “progrediti” di noi. Almeno in apparenza.

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