obesità

Dal quasi affettuoso «Direttorone» al «ciccione clerico fascista» (© Cecchi Paone), le parole volte a sottolineare la forma fisica extralarge del fondatore di questo quotidiano, quasi sempre provenienti da soggetti vicini al mondo LGBT, si sprecano. Il che è doppiamente grave non solo per la mancanza di rispetto, ma anche perché destinate a qualcuno che, solo pochi anni fa, è stato «aggredito in strada di notte da un branco di otto ragazzini al grido di “ciccione”» finendo al Pronto Soccorso, dove gli furono «riscontrate ecchimosi, edema, ferite lacero-contuse» (Corriere della Sera, 9.1.2011). Ciò nonostante, gli insulti al direttore de “La Croce” – che ricordano molto quelli per anni riservati a un altro big del giornalismo italiano, Giuliano Ferrara – sembrano trovare una sorta di legittimazione apparendo, agli occhi di qualcuno, giusta risposta alle discriminazioni che costui, battendosi contro nozze e adozioni gay e rivendicando pubblicamente la propria fede cristiana, giustificherebbe. D’accordo, ma cosa dicono i dati? E’ vero che le persone con tendenze omosessuali sono quelle più esposte ad atti di violenza e discriminazione oppure, come sembra testimoniare il diluvio di contumelie recapitate sui social all’autore di “Voglio la mamma”, le cose stanno diversamente? Una panoramica sulla più recente letteratura in materia di discriminazione può, a questo proposito, rendersi assai utile.

Iniziamo con il lavoro pubblicato sulla rivista della Società Americana di Psichiatria Geriatrica dove un team dell’Università della Florida e di Montpellier ha analizzato i dati provenienti dal gruppo di 6.450 soggetti arruolati nell’Health and Retirement Study. L’eventuale esperienza di discriminazione è stata indicata nell’età dal 30,1% del campione; a seguire il sesso e la razza hanno raccolto il 13 e il 10% di risposte affermative; poi il peso, che è risultato causa di stigma dall’8% delle persone, la disabilità fisica ha interessato il 7,1% degli intervistati. L’orientamento sessuale si è posizionato in ultima posizione, indicato causa di discriminazione soltanto dall’1,7% del campione, un quinto di quelli stigmatizzati a causa dei chili. Tra i 1.136 americani dello studio MIDUS lo stigma legato al peso eccessivo è aumentato nel tempo (interessava il 7% nel 1996 ed è cresciuto al 12% dieci anni dopo) andando di pari passo ai chili (il 6,9% tra chi è solo sovrappeso, ma il 42,5% tra i gravi obesi). Questi risultati li ritroviamo pressoché sovrapponibili tra i 5.307 ultracinquantenni inglesi esaminati dai ricercatori dell’University College di Londra secondo cui «questi dati hanno implicazioni per le politiche pubbliche ed evidenziano la necessità d’interventi efficaci per promuovere l’uguaglianza» (International Journal of Obesity, 2014). Lo stesso gruppo di lavoro, lavorando su una diversa casistica, ha dimostrato che la discriminazione dei soggetti obesi può rappresentare un vero e proprio danno alla salute; essa infatti non solo favorisce tutto lo spettro di disturbi dell’umore, ma accresce anche la probabilità di un incremento ulteriore del peso (Obesity, 2014).

Peraltro l’obesofobia non risparmia i più giovani. Rebecca Puhl e Nadine Ledicke, lavorano al Rudd Center for Food Policy and Obesity, facente capo all’Università di Yale. In un lavoro del 2011 hanno mostrato come nei soli ultimi dodici mesi due terzi degli adolescenti obesi esaminati era stato vittima di almeno un episodio di bullismo legato al peso. Si tratta di comportamenti vigliacchi rivolti contro persone che si trovano in una condizione determinata per il 70% da fattori genetici (Stunkard, New England Journal of Medicine, 1990), percentuale assai alta e ben maggiore, tanto per dire, della concordanza rilevata nell’orientamento omosessuale tra i gemelli monozigoti iscritti nei registri specificamente dedicati (20-24% nel campione australiano di Bailey, 11% nel registro inglese di Burri e 6,7% in quello americano di Bearman e Brückner).

Rimanendo in tema di discriminazioni, non si può non notare come, accanto a quelli contro le persone in sovrappeso, si stiano moltiplicando anche gli episodi di aggressione, ostilità e intimidazione dei cristiani. La condivisione della prospettiva morale della Chiesa è infatti oggetto di un’impressionante tentativo di marginalizzazione ideologica: ginecologi obiettori all’aborto subiscono campagne affinché non assumano ruoli dirigenziali, infermiere perdono il lavoro per non dispensare pillole del giorno dopo, immagini oscene per deridere i simboli cristiani, intellettuali che teorizzano l’espulsione dei credenti dalla vita civile, pubbliche manifestazioni del pensiero su matrimonio, famiglia, libertà di educazione, protezione della vita innocente, civili, composte e regolarmente autorizzate, necessitano immancabilmente di una congrua protezione da parte delle forze dell’ordine per potersi svolgere e garantire l’incolumità dei partecipanti.

La sociologia già da alcuni anni si è accorta del problema tanto che il professor Philip Jenkins, docente alla Baylor University, ha parlato dell’anticattolicesimo definendolo The Last Acceptable Prejudice (Oxford University Press, 2003), mentre i sociologi della North Texas University George Yancey and David Williamson, nel loro recentissimo libro – So Many Christians, So Few Lions: Is There Christianophobia in the United States? (Rowman & Littlefield Publishers, 2014) -, hanno evidenziato nella società americana la presenza di un gruppo di persone numericamente minoritario, ma con un potere sociale superiore alla media caratterizzato da «un odio irragionevole o paura dei cristiani». Si chiama cristianofobia. Il problema è che di quest’«odio irragionevole o paura dei cristiani» – a differenza dell’ostilità contro le persone in sovrappeso, divenuta dal 1993 dimensione psichica misurabile con la scala psicometrica della Fat Phobia Scale, 50 domande messe a punto da un gruppo della Scuola Medica del Minnesota di Minneapolis, poi ridotte a 14 nel 2001 – non è ancora disponibile una possibilità di quantificazione individuale; questione di tempo, ci auguriamo.

A questo punto – alla luce delle evidenze che attestano come siano il peso corporeo e la fede religiosa, come e più dell’orientamento sessuale, i motivi delle nuove discriminazioni – chiediamoci: e in Italia? Com’è la situazione? Da un sondaggio sulla diffusione di pregiudizi e stereotipi tra i ragazzi fra i 14 e i 17 anni – sondaggio effettuato sulla base di un campione costruito su dati Istat, campione di tipo casuale e con stratificazione per sesso, età, ripartizioni geografiche e ampiezza di centri di residenza – è emerso come la discriminazione ritenuta più frequente sia quella fra le persone omosessuali ma quella alla cui, di fatto, i giovani assistono più spesso è – e di gran lunga, fra l’altro – quella a danno delle persone obese (23%), rispetto a quella contro le persone omosessuali (13%) (Istituto Piepoli, 2014). Il dato è particolarmente rilevante perché da un lato conferma come, in effetti, la percezione dell’omofobia fra i giovani sia diffusa, forse anche in conseguenza della massiccia visibilità mediatica della questione, ma dall’altro evidenzia come essi stessi, interpellati sulle loro esperienze personali, ammettano che la realtà sia diversa da come la descrivono.

Eppure non risulta, pur essendo notevolmente più discriminate e vittime di violenza, che le persone in sovrappeso si siano finora organizzate per chiedere una legge contro l’obesofobia; invece il fronte LGBT sì, forse perché – come recita il celebre manuale di propaganda di Kirk e Madsen – da quelle parti hanno compreso quanto sia utile, sotto il profilo strategico e politico, far apparire a priori «i gay come vittime, non come provocatori aggressivi» e fare in modo che quanti si oppongono alle loro rivendicazioni «sembrino cattivi» (After The Ball, Plume 1990). Per quanto riguarda invece la cristianofobia presente in Italia, non sembrano ancora essere state effettuate ricerche o studi mirati a studiarne e a quantificarne la diffusione. Tuttavia una lunga serie di episodi, offese e aggressioni – che il direttore, le firme e i lettori de “La Croce” conoscono fin troppo bene – fanno pensare che di un’analisi in tal senso, ormai, non ci sia neppure bisogno.

Concludiamo allora con un appello ai parlamentari italiani, che ultimamente si sono dichiarati molto sensibili al tema delle discriminazioni e che sembrano intenzionati a legiferare in tal senso, con particolare riferimento a quelle di matrice sessuale: perché non colgono l’occasione per varare una normativa che impegni le Istituzioni, scuole in primis, a combattere l’obesofobia e a sensibilizzare i più giovani circa la grave problematica dell’«odio irragionevole o paura dei cristiani»? Perché non attivare, magari tramite l’Unar, uno specifico sportello o numero verde dove le persone in sovrappeso o di fede cristiana possano rivolgersi e segnalare gli episodi di offese di cui sono stati o vittime o testimoni? E se per caso non reputassero opportuno tutto questo per via della difficoltà ad inserire le varie tipologie di discriminazioni nel nostro ordinamento, perché non abbandonano definitivamente il ddl Scalfarotto sull’omofobia e sulla transfobia? Esistono forse cittadini di serie A e cittadini di serie B, discriminazioni e violenze intollerabili e discriminazioni e violenze invece giuste? Ma non siete per la par condicio?

(Renzo Puccetti – Giuliano Guzzo: “La Croce”, 26.3.2015, p.3).

 

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