Donne

Era da diverso tempo che più di qualcuno, comprensibilmente sorpreso dalle continue ed inarrestabili “conquiste” della galassia LGBT, se lo stava chiedendo: scusate, ma i bagni? Dopo la possibilità, riconosciuta da un numero sempre maggiore di Stati occidentali, di modificare i propri documenti ufficiali con la nuova identità sessuale anche in attesa o assenza di interventi chirurgici, e dopo iniziative quale quella, adottata anche da alcune università in Italia, del doppio libretto – il primo recante il nome di battesimo, il secondo quello scelto insieme al sesso -, rimaneva infatti solamente da capire quale sarebbe stato il destino dei servizi igienici, nei quali resisteva e tutt’ora caparbiamente resiste, nonostante le trasformazioni dei costumi, la più naturale e ricorrente delle distinzioni: quella fra maschi e femmine, ladies and gentlemen.

La svolta, com’è già accaduto altre volte, arriva ora dall’Europa nordica, precisamente dalla Svezia, grazie a una nuova e singolare campagna ad opera degli attivisti per i diritti delle persone transgender e di coloro che non si riconoscono nel cosiddetto binarismo di genere uomo/donna – iniziativa promossa con tanto di apposito portale web: Skitikön.nu/skitikon -, i quali, coerentemente con le loro idee, chiedono che si metta fine alla separazione fra il bagno degli uomini e quello delle signore. Una richiesta davvero bizzarra, diranno in molti, ma che viene guarda caso supportata sempre dalla stessa, inattaccabile motivazione: il contrasto alle discriminazioni e al malessere. Quello che oggi succede nei bagni – si legge nel citato portale – è che si crea disagio, soprattutto nelle persone che devono scegliere, ma anche in quelle che sentono che qualcuno, in modo apparentemente abusivo, è alla loro stessa toilette.

Bagno unisex dunque? Non esattamente. Gli attivisti LGBT svedesi, ai quali bisogna onestamente riconoscere notevole creatività, non pretendono la definitiva soppressione della separazione fra i bagni, ipotesi che potrebbe certamente accendere le fantasie dei più scatenati dongiovanni, bensì una nuova separazione, molto più neutra e politically correct, che passi sotto l’etichettatura – che non abbisogna di alcuna spiegazione talmente è esplicita – fra «stand-up» e «sit-down». La proposta avrà successo? Per il momento è difficile dirlo. Quel che è certo è che questa nuova rivendicazione, oggi, strapperà numerosi sorrisi alimentando prevedibili ironie, come accade per molte novità che subito appaiono prive di significato. Se tuttavia pensiamo a quanto radicalmente è mutato il mondo negli ultimi decenni, e a quante cose ieri impensabili oggi risultano non solo accettate, ma persino ovvie, almeno agli occhi dei più, viene da dire: mai dire mai.

D’altra parte, è noto come ogni richiesta contenuta nell’agenda omosessualista, per quanto curiosa, fatichi ad incontrare resistenze, che vengono puntualmente liquidate come discriminatori. L’ideologia gender – della cui esistenza qualcuno ha ancora la faccia tosta di dubitare – può proseguire così la propria corsa nella colonizzazione delle menti e nella creazione di quello che gli studiosi Perucchietti e Marletta definiscono come un «uomo nuovo; un uomo nuovo che […] si vuole confuso, ambiguo, letteralmente a-morfo» (Unisex, Arianna Editrice, Bologna 2014, p. 33). Rimane un solo ostacolo a questa rivoluzione antropologica: la ragione. Nella misura in cui le persone seguiteranno a ricordare che non solo esiste una natura umana, ma prevede due ben distinte varianti – quella maschile e quella femminile, Marte e Venere direbbe John Gray – la teoria gender non vincerà. Per il momento anche la distinzione fra i bagni, nel suo piccolo, ci ricorda questa verità: domani, però, potrebbe non essere più così.

(“La Croce”, 14.3.2015, p.2).

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