ragione

Sarebbe davvero plausibile e giusta una democrazia senza Dio, nella quale i credenti si rendano indistinguibili dai non credenti? E’ un interrogativo non nuovo ma che ha riacquistato attualità in seguito alla pubblicazione, sulle colonne di Repubblica, di una lectio magistralis del filosofo Paolo Flores d’Arcais, il quale in buona sostanza auspica il successo delle «religioni docili, che hanno rinunciato a ogni fede militante». Ora, anche se il direttore diMicromega curiosamente omette di fornire qualche esempio di quali sarebbero dette «religioni docili», lasciando così indicazioni a metà, ed anche se pare fatichi solo ad immaginare una terza e genuina via fra la teocrazia ed un sistema democratico di chiara impronta laicista, il senso del suo discorso risulta abbastanza chiaro: la pretesa veritativa della fede è ostacolo per funzionamento e sopravvivenza della democrazia, che per sua intrinseca natura, direbbe Gustavo Zagrebelsky, è «necessariamente relativistica».

Ora, per quanto culturalmente distante uno possa essere, non si può che ammettere che sì, Flores d’Arcais ha ragione quando sostiene che la verità e la sua asserita assenza non possano coesistere se non in una dimensione di conflitto. Vi sono tuttavia tre aspetti critici che sembrano sfuggire a quanti promuovono l’idea di una democrazia compatibile solo con «religioni docili». Il primo concerne i fondamenti democratici – dal riconoscimento della dignità di ogni persona umana al rispetto dei suoi diritti inalienabili, dall’uguaglianza al “bene comune” che ispira la politica -, ossia princìpi che non solo la Chiesa appoggia, ma che addirittura ne costituiscono i capisaldi della dottrina sociale: non sarà allora che è la democrazia, che si vorrebbe «necessariamente relativistica», ad esprimere verità che le stesse Costituzioni, non di rado, si limitano a riconoscere come preesistenti? Il relativismo, per così dire, dell’agire democratico, definito di volta in volta dalla maggioranza, non deve forse fare i conti con l’anima della democrazia, per nulla relativista?

Un secondo profilo critico, solitamente poco considerato ma utile a smascherare la presunta neutralità di coloro che vorrebbero che i credenti, sul piano pubblico, si comportassero come se Dio non esistesse, deriva dall’esame delle motivazioni che li animano. Più precisamente: per quale ragione chiedere alle fedi di ridursi a «religioni docili»? Per la pace e il bene della collettività, si risponderà. D’accordo, ma cosa fonda la soggettiva convinzione della positività, per la salute democratica, dell’assenza di “religioni forti” se non un’idea di giustizia ritenuta autentica? Riflettere su questo aiuta a comprendere come anche coloro che si dicono estranei a posizioni aprioristiche ne siano poi, in termini concreti, a loro volta rappresentanti, anzi come ne siano perfino, fra tutti, i più insidiosi in assoluto dal momento che agiscono in incognito, ammantandosi a parole di un distacco che nei fatti tradiscono brandendo una ben delineata concezione di verità, che però si guardano bene – qui sta la scorrettezza – dal presentare come tale.

Sorprende, terzo ed ultimo punto, che si seguiti ad invocare l’espulsione di Dio dalla piattaforma democratica quale condizione necessaria per scongiurare il rischio che gli uni tentino di imporre agli altri la propria visione delle cose. Sorprende che si ricorra, peraltro con frequenza, a questo argomento perché, come emerge dal più imponente studio mondiale sulla religiosità, a cura del sociologo Rodney Stark, oltre l’80% delle persone non solamente crede, ma si riconosce pure in una religione o chiesa, mentre gli atei e gli agnostici dichiarati s’aggirano sul 5% (The Global Religious Awakening, ISI Books 2015). Ne consegue come rendere la democrazia indifferente se non ostile al fatto religioso costituirebbe, questa sì, una ben poco democratica forma d’imposizione alla maggioranza da parte di pochissimi. Cresce così il sospetto che, chiedendo più «religioni docili» e meno «fede militante», più che tutelare la verità democratica, si miri ad imporre il dogma laicista; che si agiti lo spauracchio della violenza religiosa per praticarne una giacobina. Proprio perché nessuno vuol essere dogmatico ci sia concesso, su questo, almeno il dubbio.

(“La Croce”, 12/3/2015, p.3)

Annunci