Dolce-e-gabbana

Tocca dunque a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, due omosessuali dichiarati, dire che i figli vanno cresciuti da un papà ed una mamma difendendo la famiglia – acutamente definita non come una «moda passeggera», ma «appartenenza sovrannaturale» – spiegando che quella cosiddetta tradizionale è in realtà la sola possibile, non essendo invenzione della Mulino Bianco: questo passa il convento e tocca prendere, anzi ringraziare. In un sistema mediatico dove i cattolici, nonostante iniziative che fanno ben sperare – nascita del quotidiano “La Croce” in primis – faticano ancora a farsi sentire, e in un mondo cattolico che in larga parte fatica a comprendere la gravità della situazione, le parole a favore della famiglia dei due stilisti, infatti, sono un doppio regalo.

In primo luogo perché evidenziano come la polarizzazione dello scontro fra cattolici tradizionalisti e coppie gay desiderose di sposarsi sia una truffaldina semplificazione giornalistica, buona solamente ad alzare i toni e a esasperare gli animi. In seconda battuta, perché con rara immediatezza rammentano qualcosa di essenziale, e cioè che la famiglia non è una «moda passeggera»; può apparire un passaggio di scarsa rilevanza, ma non è affatto così. Anzi: la quasi totalità della propaganda LGBT in favore di nozze ed adozioni gay si basa sul ragionamento per cui, siccome i tempi “sono cambiati”, occorre aggiornarsi. Sbagliato – dicono invece Dolce e Gabbana – perché la famiglia va oltre le mode. Bum: bersaglio colpito e affondato.

L’aspetto fondamentale, difatti, è proprio questo: è una falsificazione far credere che dalla preistoria agli anni ’50 del secolo scorso la famiglia si sia conservata come modello fisso e immobile; al contrario ha vissuto parecchie variazioni – l’età dei coniugi alle nozze, il numero dei figli, le codificazioni del rito, le divisioni dei compiti all’interno della coppia, le ragioni alla base dell’unione – che però, come fra gli altri hanno constatato studiosi del calibro di Pierpaolo Donati e Giorgio Campanini, hanno lasciato intatto un elemento, e cioè il fatto che la famiglia si fondi anzitutto sull’unione matrimoniale e duratura fra un uomo e una donna; il che è esattamente quello che il Pensiero Unico nega, presentando la famiglia come una delle tante possibili, e neppure la più interessante.

Per fortuna che ora c’hanno pensato, Dolce e Gabbana, due che i mass-media non si possono permettere d’ignorare, a ricordare – fra l’altro rivedendo, pare, la loro posizione, testimoniata da una copertina di Vanity Fair del 2005, che li vedeva attorniati di bimbi, col titolo «Il desiderio di essere padri» – che la famiglia è una sola. Questo però non c’illuda: si dirà che i due stilisti son troppo ricchi per conoscere i problemi veri di tante coppie gay, che soffrono entrambi – a loro insaputa, si capisce – di una misteriosa forma di omofobia interiorizzata, rimane solo da capire quale dei due l’abbia trasmessa all’altro. Oppure si tenterà in tutti i modi di farli ritrattare, ripetendo il trattamento riservato a Barilla, costretto con lo sguardo addolorato a pubblica abiura. Vada come vada, ai due stilisti, che hanno sfoderato una lucidità che oggi manca persino a qualche vescovo, va un sincero grazie. Non capita tutti i giorni, sui media, di vedere sfilare la verità.

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