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Si moltiplicano in modo preoccupante, nel nostro Paese, i casi di atti di violenza fra giovanissimi che arrivano, durante i pestaggi di cui sono protagonisti e testimoni, a fare riprese con il loro telefonino che finiscono subito condivise fra amici se non addirittura su internet. La prima reazione che di solito si ha davanti a episodi di questo tipo è quella di segnalare una mancanza educativa: e così è, naturalmente. Del resto, che l’impiego di strumenti tecnologici e con la connessione al web non vada di pari passo con la coscienza critica è cosa nota: secondo una recente ricerca effettuata su 60.000 giovani di oltre 20 Paesi, per esempio, è emerso come solo il 2% di questi sarebbe capace di distinguere e analizzare online le informazioni rilevanti da quelle che tali non sono (The International Association for the Evaluation of Educational Achievement, 2014).

Detto questo, sarebbe tuttavia ingenuo non vedere come, se vi sono giovani violenti che arrivano a riprendere i loro atti di violenza, il problema – prima di quello, comunque grave, di una mancanza educativa – è quello, ormai, di una vera e propria “sostituzione educativa”: non c’è cioè solo un vuoto di valori, ma una sovrabbondanza di falsi valori che, nella mente di tanti, diventano nuovi valori. Quali sono questi i nuovi valori? Il successo, la notorietà, la fama. Ne consegue che, se un ragazzo infligge violenza ad un coetaneo riprendendo il tutto o facendolo riprendere da terzi, da un lato nega alla propria vittima il rispetto che gli dovrebbe, mentre dall’altro addirittura si serve della sua sofferenza e della sua paura per esaltare se stesso dinnanzi ad un pubblico vasto, anzi potenzialmente infinito quale è, appunto, quello di internet.

E’ dunque chiaro come non ci si possa limitare – a livello familiare, scolastico e più in generale educativo – a predicare quella tolleranza che, nel contesto odierno, non avrebbe scopo se non quello, parziale e precario, di frenare una valanga che, da un momento all’altro, potrebbe tornare ad avanzare. Quindi no: la tolleranza non basta. Urge che si riscopra il valore integrale della persona umana, riflettendo sul fatto che una sana convivenza avrebbe vita breve se ci si limitasse a sopportare l’altro anche se ritenuto diverso da noi; perché l’altro non è simile a noi, ma è proprio come a noi. Può sembrare una sottolineatura superflua e un po’ retorica, ma in realtà è decisiva: chi rispetterebbe veramente il prossimo senza l’intima convinzione di rispettare così anche se stesso? E’ bene chiederselo considerando, da ultimo, come la risposta educativa alla violenza, che come si è detto non può essere la tolleranza, sia un’altra: la fraternità.

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