normac

Al di là della tragedia della Norman Atlatic e delle vittime accertate, anche se non tutti l’hanno notato a bordo del traghetto s’ è verificato un incendio forse ancora più grave di quello che ha devastato l’imbarcazione: il rogo della virilità, dell’essere uomini autentici. E’ difatti accaduto, come la convergenza di più testimonianze ha ormai accertato, che alcuni passeggeri, esasperati, non solo siano venuti meno al dovere di dare la precedenza, nella salita sull’elicottero dei soccorsi, a donne e bambini, ma siano persino giunti ad alzare le mani pur di far valere il loro diritto di mettersi in salvo prima di altri. Ora, è chiaro che un conto è discettare del galateo e un conto, poi, è metterlo in pratica; che un conto è presentare se stessi come impeccabili galantuomini e un altro, ben differente, è dimostrare d’essere tali.

Però a tutto c’è un limite e coloro che, nelle scorse ore, hanno anteposto ad un fondamentale dovere un selvaggio esercizio della forza quel limite l’hanno ampiamente superato macchiandosi di una colpa, fra le tante possibili, molto difficile da espiare. Del resto, la storia costantemente insegna che chi, nell’eventualità di una tragedia, si prende il lusso di calpestare quella regola – prima le donne e i bambini – è segnato per sempre: si pensi al caso del comandante Schettino, clamoroso, oppure a quello di Bruce Ismay (1862-1937) l’amministratore delegato della White Star Line, la compagnia del Titanic, che prima che il transatlantico calasse a picco saltò su una scialuppa lasciando sulla nave non solo signore e fanciulli, ma pure la reputazione; “Brute Ismay”, Bestia Ismay presero a chiamarlo i giornali e nessuno, fino alla sua morte, gliela perdonò mai.

Certo, su coloro che hanno abbandonato senza onore la Norman Atlantic, in proporzione, gravano responsabilità minori di quelle che Schettino ed Ismay avevano rispettivamente per la Costa Concordia e per il Titanic. Però la ferita da loro inferta alla virilità – già parecchio provata in tempi di allarme femminicidio e sovrana cafonaggine – è parimenti grave e, per certi versi, imperdonabile. Per fortuna, a controbilanciare quanto ricordato sinora, ci sono stati, in questa storia, ben due luminosi esempi. Il primo è quello dei soccorritori che, in condizioni climatiche non solo avverse ma decisamente estreme, hanno lavorato senza interruzione consentendo a centinaia di passeggeri di mettersi in salvo. Senza il loro sacrificio e il loro coraggio questa drammatica vicenda avrebbe potuto concludersi con un numero di vittime decisamente superiore a quelle finora conteggiate.

A riscattare la dignità maschile e, più in generale, quella italiana così duramente provata, fra le altre cose, dal recente disastro della già ricordata Costa Concordia, c’è stato però anche un secondo esempio: quello del comandante Argilio Giacomazzi, 62 anni dei quali una quarantina trascorsi in mare, che ha abbandonato la Norman Atlantic per ultimo, dopo tutti i passeggeri e tutto l’equipaggio, e dopo aver coordinato fino all’ultimo istante le operazioni di soccorso dalla propria postazione. Ha fatto “solo” il suo dovere, si potrebbe commentare. Eppure è proprio questa parola, questo dovere ormai evaporato dall’etica di tanti a testimoniare la serietà e la professionalità del comandante Giacomazzi. Un esempio, il suo e quello degli infaticabili soccorritori, che ci è di particolare conforto dal momento che ci ricorda, in un tempo nel quale spesso sembrano prevalere gli ominicchi, che esistono ancora loro, gli uomini: scusate se è poco.

Annunci