scuola

La parola d’ordine è sempre la stessa: negare. Bisogna negare. Negare  l’ideologia gender, negare che la si voglia propagandare nelle scuole e descrivere come oltranzista religioso chiunque osi alzare il ditino per sussurrare che no, forse non è tutto a posto. E la tattica, in effetti, funziona nel senso che molti pensano che il gender, in fondo, sia un’allucinazione.  Purtroppo, però, a gustare tutto ci si mettono gli unici che difficilmente possono essere contestati: i fatti.  Ed i fatti dicono, ad esempio, come a Bolzano la propaganda  gender, a scuola, sia molto vicina dal realizzarsi anzi, forse sia già in corso. Ma passiamo, per l’appunto, ai fatti. In città c’è un allarme omofobia? Si sono verificati tanti episodi di discriminazione di matrice sessuale? No: nessun dato lo testimonia. Primo fatto. Ciò nonostante – secondo fatto – nel dicembre 2012 il Comune ha pensato di sottoscrivere un protocollo d’intesa con l’Associazione “Centaurus”, circolo affiliato Arcigay, per «la promozione di una maggiore consapevolezza sui temi dei diritti civili e del superamento del pregiudizio legato all’orientamento sessuale e all’identità di genere sul territorio della città».

Quale sarebbe precisamente il pregiudizio legato «all’identità di genere»? Non è chiaro. Quello che è chiaro è che dall’attuazione del citato protocollo è guarda caso scaturito – terzo fatto – un progetto “peer education”, da attuarsi guarda caso nelle scuole. Per realizzarlo – come la stessa associazione “Centaurus” spiega sul proprio portale web – si cercano «volontar* dell’età compresa tra i 16 e i 20 anni, che abbiano voglia di informare e sensibilizzare giovani e adolescenti sui temi dell’omosessualità e della transessualità». Unico requisito richiesto ai «volontar*», età a parte, è la voglia di «abbattere pregiudizi ed discriminazioni legati all’orientamento e all’identità sessuale». La competenza sembra difatti essere un problema secondario, tranquillamente e del tutto superabile «in 2 week-end» grazie al supporto di non meglio precisati «esperti» sulle tematiche LGBTQI. Così, mentre a Bolzano questo progetto “peer education” e, come precisa “Centaurus, «per la maggior parte finanziato dalla mano pubblica» sta pian piano diffondendosi – si ha notizia di un primo incontro tenutosi al Ginnasio di Scienze Sociali – pare legittimo porsi qualche domanda.

Per esempio, quali e quante sarebbero le «discriminazioni di adolescenti LGBTIQ sotto forma di aggressioni verbali ed esclusione» cui fa riferimento l’associazione con la quale l’Amministrazione bolzanina collabora?  Non è dato saperlo. Così come non è dato sapere esattamente – lo sottolineavamo poc’anzi – in che cosa consista il pregiudizio legato «all’identità di genere» da contrastare. Perché se s’intendesse davvero promuovere il rispetto reciproco «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» forse vi sarebbero personalità più titolate degli «esperti» di qualche associazione e dei suoi «volontar*», forti di una formidabile preparazione messa a punto «in 2 week-end». Il fatto che invece da un lato si alluda, all’insegna della massima vaghezza possibile, a pregiudizi e discriminazioni senza però mai scendere nel concreto, e dall’altro si affidi la rimozione di essi a «volontar*» formati in pochissime ore, qualche dubbio dovrebbe porlo. A meno che, ovvio, non si continuino a preferire le opinioni ai fatti; in quel caso ci si può continuare tranquillamente a dire che la teoria gender è una fissazione e nessuno, esclusi quei fondamentalisti fissati con la realtà, avrà nulla da ridire.

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