speranza

Nell’ultimo report Oms sui suicidi, fra tante, risaltano una notizia buona ed una cattiva. Quella buona viene da una mappa dei tassi di suicidi secondo cui l’Italia non solo figura fra i Paesi d’Europa dove ci si uccide di meno ma, con meno di 5 suicidi ogni 100.000 abitanti, sarebbe fra quelli al mondo meno esposti al rischio suicidario (AA.VV. World Health Organization, Preventing suicide: A global imperative, Luxembourg 2014, p.16). La notizia cattiva invece è nell’idea stessa del documento, interamente centrato sulla prevenzione al suicidio. Che è cosa buona e giusta, nessun dubbio. Però anche, converrete, estremamente triste e sintomatica di un certo modo – stanco e rassegnato – di guardare alla realtà. Di non concepire neppure più l’ipotesi che al mondo esista qualcosa per cui valga la pena vivere, oltre che non morire. Qualcosa che possa appagare tutti, pur essendo di ciascuno.

Un qualcosa che, a mio avviso, risponde al nome di speranza. «La speranza è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi», osservava Georges Bernanos (1888-1948). Ed aveva ragione. Perché sperare significa riporre i propri sogni in uno scrigno futuro senza sapere se poi si riaprirà e, se quando lo farà, quei sogni saranno ancora lì, al loro posto. A differenza della felicità, che può – secondo qualcuno deve – essere goduta subito, la speranza è dunque un rischio, un affidarsi alla realtà e, in definitiva, un modo di amarla. Per questo in mondo dove ci fosse più speranza (e più fede) il fenomeno del suicidio avrebbe meno spazio: non tanto, cioè, per un’improbabile scomparsa di tutti problemi, bensì per la probabile capacità – da parte di ciascuno – di affrontarli meglio. Di sapere che, in fondo, quaggiù è tutto un alternarsi fra serenità e prove. E le prove, anche se a volte non sembra, esistono per essere superate.

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