feto

Si potrebbero scrivere interi libri semplicemente elencando gli stratagemmi lessicali impiegati per negare l’umanità del figlio non ancora nato: si va da «feto» (termine non sbagliato ma meramente descrittivo: nessun figlio, si sa, chiama il padre «adulto» e nessun nipote si rivolge al nonno apostrofandolo «anziano») a «grumo di cellule», da «embrione» a – per dirla con la scrittrice Dacia Maraini – «intruso che vuole accampare diritti», «prepotente che pretende di vivere» a spese della madre (Un clandestino a bordo, Rizzoli, Milano 1996, p. 14). Si potrebbero quindi davvero scrivere libri al riguardo. Forse persino enciclopedie, monumentali volumi da riporre uno accanto all’altro.

Ma poi, davanti alla fotografia di un figlio che dal grembo materno quasi saluta facendo “Ok” – com’è accaduto in questi giorni ad una coppia della Pennsylvania e come già accadde nel 2011 ad una madre di Manchester – il nostro corposo elenco di parole si rivelerebbe subito per quello che è: un cumulo di menzogne, un vergognoso tentativo di rendere l’aborto procurato – a sua volta mascherato come «interruzione volontaria di gravidanza», come se una guerra che uccide innocenti si potesse definire «interruzione improvvisa di esistenze» – meno grave e la nostra coscienza più pulita. Per tutte le volte che, per non riconoscere la meravigliosa realtà di un figlio o di un fratellino, abbiamo cambiato discorso o, più crudelmente, abbiamo scelto di mentire.

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