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Più del consumismo e del pur diffuso edonismo, più dello sfrenato liberalismo e dell’individualismo, o semplicemente prima di tutto il resto, a dominare oggi c’è una mentalità i cui seguaci, salvo rarissimi casi, ne sono del tutto all’oscuro, come persone arruolate , senza saperlo, nelle file di un esercito in combattimento. Si tratta dell’indifferentismo morale, pensiero che – con linguaggio meno aulico ma senz’altro più chiaro – possiamo chiamare “filosofia del menefreghismo”. Non ha un fondatore ufficiale né un testo di riferimento, ma può contare su parecchi autorevoli rappresentanti: gente che insegna in prestigiose università, che siede nelle redazioni di quotidiani letti da persone perbene, che veste con eleganza e professionalmente realizzata. In che cosa consiste la “filosofia del menefreghismo”? Semplice, anzi semplicissimo: nella ripetizione meccanica, quasi ossessiva di una domanda: a te cosa cambia? Un interrogativo il cui impiego di fatto oggi giustifica, rendendola inattaccabile e blindata alla critica, la legittimazione di qualsivoglia pratica o scelta individuale. Tre diversi esempi contribuiranno a rendere più chiara la comprensione di quanto finora si è detto.

Il primo. Una donna è intenzionata ad abortire. Chiunque – anche se non conosce né lei né la sua storia – d’istinto volesse intervenire per impedire a questa donna di procedere con la sua intenzione, verrebbe subito bloccato con quest’affermazione: quello nel suo grembo mica è tuo figlio o tuo fratello, ergo di quel che lei fa o meno, «a te cosa cambia?». Secondo esempio. E’ in discussione, poniamo, una proposta di legge sul cosiddetto matrimonio omosessuale. Chiunque provi ad opporsi, come i difensori della famiglia già ben sanno, viene bersagliato dalla stessa obiezione: se l’istituto matrimoniale viene esteso, le coppie eterosessuali rimarrebbero, come sono sempre state, libere di convolare a nozze, quindi «a te cosa cambia?». Ultimo caso. Un ragazzo inizia a fare uso delle cosiddette droghe leggere. Chi lo conoscesse e volesse invitarlo a smettere e a dedicarsi ad altri interessi – al pari dei nostri altri ipotetici “rompiscatole” – molto probabilmente verrebbe messo a tacere dallo stesso ragazzo o da qualche amico comune con questa domanda: hai la tua vita e quella di farsi spinelli è una sua libera scelta, «a te cosa cambia?».

Come si vede, il ricorso all’«a te cosa cambia?» è spendibile in diversi contesti, anche difformi fra loro. Ora, per ciascuno dei nostri tre ipotetici casi e dei rispettivi «a te cosa cambia?» con i quali vengono legittimati, non manco criticità. Infatti per battersi contro l’aborto – come del resto ricordano figure come Gandhi (1869-1848), Pasolini (1922-1975) o Bobbio (1909-2004) – non solo non è necessario conoscere ogni ipotetica donna intenzionata a sottoporsi alla pratica abortiva, ma non serve neppure essere ferventi cattolici. Occorre invece riconoscere che, quando anche ad una sola persona viene impedito di nascere, il mondo è più solo e meno giusto e niente, senza quella persona, sarà come prima. Per sconfessare poi il fatto che nulla cambierebbe con le nozze gay, basta ricordare che se da un lato è vero che la sua introduzione lederebbe alcuna libertà altrui (ma “ragionando” così potremmo legittimare pure una pratica come il furto, dato che chi non volesse rubare rimarrebbe libero di non farlo), d’altro lato nel momento in cui lo Stato riconoscesse un numero maggiore di famiglie delle attuali, dovrebbe destinare le proprie risorse a più soggetti; quindi, anche fermandosi al lato contabile ed ignorando quelli culturali ed educativi, cambierebbe molto.

Per quanto riguarda il caso ipotetico del ragazzo intenzionato a drogarsi, si può ricordare che lasciandolo libero di farsi del male anzitutto si lederebbe il dovere di dire/dirgli la verità (la droga è male), poi si tradirebbe il principio di solidarietà, che prevede aiuto e sostegno reciproco. Dunque anche in questo caso, accettare l’incondizionata libertà di scelta altrui cambierebbe molto, forse tutto. A questo proposito si può sottolineare come l’esempio del giovane che vuole drogarsi, rispetto a tutti gli altri, sia quello maggiormente utile non solo a fare a pezzi l’obiezione – usatissima, come si è visto, assai fragile – dell’«a te cosa cambia?», ma anche per smascherare il vero volto della “filosofia del menefreghismo”, ossia l’incapacità di amare l’altro. Essere indifferenti alle scelte dell’altro, infatti, significa in realtà essere indifferenti all’altro, non averlo a cuore. Viceversa, prestare attenzione alle condotte altrui e, laddove queste apparissero inopportune o addirittura pericolose, cercare – senza per questo sconfinare in eccesso alcuno – di convincere chi le pone in essere che sta sbagliando non vuol dire tentare di convincere l’altro, ma andargli incontro. Perché per sconfiggere la “filosofia del menefreghismo”, in fondo, basta questo: abbracciarsi.

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