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Saranno l’estate e la comprensibile voglia di mare, ma la redazione de L’Espresso difetta davvero di fantasia. Non si spiega altrimenti la presentazione – ben visibile anche sul portale web – di «Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio» (2012), film dello statunitense Alex Gibney che vorrebbe essere una denuncia sugli orrori della Chiesa mentre invece esprime solo gli errori clamorosi della propaganda anticattolica. Andiamo però con ordine partendo da una premessa che è sempre doveroso considerare, vale a dire che la presenza di anche un solo pedofilo prete – diremo così anziché prete pedofilo, espressione che lascia ingannevolmente intendere quasi un legame causale fra Chiesa e pedofilia -, la presenza anche solo di un pedofilo prete, dicevamo, sarebbe gravissima ed inaccettabile. Purtroppo i pedofili preti sono stati centinaia, dunque guai a negarlo: si farebbe un danno ulteriore alle vittime dei loro abusi, alla Chiesa stessa e, in definitiva, alla verità.

Detto questo, non è neppure tollerabile il contrario, vale a dire un’accusa generalizzata nei confronti della Chiesa. Che è proprio quanto la pellicola promossa da L’Espresso muove facendo perno principalmente sulla vicenda di don Lawrence Murphy (1925-1998), sacerdote accusato di abusi particolarmente disgustosi, durati per vent’anni, in un collegio per minorenni sordi, la St. John School a Saint Francis, nel Wisconsin. Ora, si dà il caso che conosca la vicenda di padre Murphy – oggetto peraltro di attenzioni di testate quotate come il New York Times, che per giorni vi dedicò ampio spazio – avendola esaminata con attenzione in un libro specifico sull’argomento di cui sono stato co-autore, Indagine sulla pedofilia nella Chiesa (Fede&Cultura, 2010). Posso quindi affermare come questa storia, benché orrenda – s’ipotizzano oltre 200 vittime – dimostri l’esatto contrario di quanto taluni sostengono, ossia la volontà della Chiesa di fare chiarezza e non insabbiare.

Infatti non solo padre Murphy venne allontanato dai suoi alunni, sottoposto a processo canonico ed isolato per il resto dei suoi anni dopo che la magistratura non aveva dato credito alle denunce di alcune sue vittime, ma colui che accusa la Chiesa di insabbiamento della vicenda – e che ovviamente riceve il suo spazio nel film incensato da L’Espresso – non è molto raccomandabile. Si tratta infatti di Rembert Weakland, ex vescovo di Milwaukee “dimissionato” nel 2002 dopo che un ex studente di teologia lo aveva accusato di violenza carnale, rompendo un silenzio che lo stesso Weakland aveva comprato in cambio di 450.000 dollari presi direttamente dalle casse dell’arcidiocesi. Ovviamente tutto questo, in «Mea Maxima Culpa», non viene detto lasciando intendere che la copertura di pedofili preti sia pratica ordinaria nella Chiesa cattolica e che questi siano molti di più di quanti si possa pensare. Ma è vero, anche qui, l’esatto opposto.

Le quasi 300 pagine di The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United States 1950-2002 (Washington, D.C. 2004), lo studio a cura del prestigioso John Jay College of Criminal Justice ci offrono difatti, almeno per quanto riguarda il panorama statunitense, dati assai attendibili che riferiscono di 4,392 preti accusati di violenza su un totale di the 109,694, ossia il 4% del totale, e di meno di duecento condannati. Anche a livello europeo i dati, per quanto gravi, non sono tali da far parlare di emergenza. La percentuale di preti accusati di abusi per esempio in Germania – ha ricordato Christian Pfeiffer, Direttore del Kriminologisches Forschungsinstitut Niedersachsen – si aggira sullo 0,1% del totale. Secondo il sociologo Massimo Introvigne, inoltre, oggi le parrocchie e scuole cattoliche risultano, per chi le frequenta, mediamente sedici volte più sicure rispetto al rischio di abusi delle altre istituzioni che ospitano minori.

Naturalmente tutto questo, lo ribadiamo a scanso di equivoci, non autorizza né a negare i crimini commessi né, tanto meno, ad abbassare la guardia. Tuttavia presentare, come allegramente fa il settimanale debenedettiano, un film non nuovo e già fatto a pezzi dagli specialisti come una sorta di imperdibile novità limitandosi ad alludere in modo generico a «qualche imprecisione nella narrazione che a volte infastidisce il pubblico meno ingenuo» – come a dire che è tutto a posto, a parte qualche trascurabile sbavatura – significa prendere in giro i lettori. La realtà è che, benché realizzato tecnicamente in modo anche apprezzabile, si tratta di una pellicola-spazzatura, che da un lato nulla dice di nuovo su un problema grave e da non sottovalutare, e dall’altro fa dell’allarmismo da quattro soldi, buono ad attirare forse le attenzioni di qualcuno specie in estate quando, si sa, i film horror rimangono fra i pochi ad attirare un po’ di pubblico.

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