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Alla fine non sono le pur appassionanti discussioni sui diritti civili, le imposte tagliate o meno e neppure le tanto sospirate riforme strutturali, ad assicurare il futuro effettivo di un Paese. Il futuro di un Paese, infatti, sono e saranno prima di tutto loro, i figli: non si scappa. Ed in Russia, pur con tutti i problemi e le contraddizioni che hanno, l’hanno compreso da tempo, tanto che dopo decenni di drastico affossamento demografico, dalla metà degli anni 2000 sono stati avviati diversi provvedimenti mirati su questo versante, primo fra tutti il programma del “capitale materno”, che prevede un pagamento una tantum per la nascita del secondo e dei successivi figli.

Detta somma attualmente ammonta ad oltre 12.500 dollari, da spendersi per l’acquisto dell’abitazione, per l’istruzione del bambino o per la futura pensione della madre; in più è stato accresciuto fino ad ameno 4 anni il periodo per la cura del bambino. Morale: solo nell’ultimo anno e mezzo si è verificato un aumento della natalità dell’1%. Il Paese, con una media di 1,7 figli conteggiati per donna, è ancora assai lontano dal raggiungimento del tasso di sostituzione (2,1) che a sua volta, come dice la parola, non garantisce alcuna crescita, ma supera Paesi come Germania, Italia Spagna, tutti sostanzialmente prossimi ad un avvilente 1,4 e, quel che più conta, è sulla strada giusta, vale a dire quella dell’inversione demografica.

Intendiamoci: perché si torni a far figli ci vuole tempo (la stessa denatalità non si realizza istantaneamente). Però fa riflettere che in Russia da anni lavorino con decisione in questa direzione mentre non solo l’Europa invecchia senza farci caso, ma ha il suo Paese economicamente più importante, la Germania, in fase di lento inabissamento: solo fra il 2000 ed il 2010 il numero di giovanissimi under 18 è difatti decresciuto di 2.1 milioni di unità. Con l’allungamento della vita media, si è ancora lontani dall’estinzione. Ma quella dei giovani (in Germania come pure in Italia ed in altri Paesi) è già in corso. Speriamo che in Europa ci si decida presto a discutere anche di questo, che è a tutti gli effetti il primo problema del futuro – è proprio il caso di dirlo – del Vecchio Continente.

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