figlio

«Chi ha linguaggio,”ha” il mondo». Pur nella sua brevità, questa frase di Hans-Georg Gadamer (1900-2002) si rivela carica di significato perché – al di là delle acute riflessioni del filosofo tedesco in Verità e metodo (Wahrheit und Methode, 1960), opera da cui è tratta – consente all’uomo comune di cogliere un legame spesso sottovalutato ma centrale, vale a dire quello fra linguaggio e potere. Siamo difatti soliti associare il linguaggio ad una mera utilità comunicativa, senza considerare come possa prestarsi anche – ed in modo strategico – a finalità di controllo o e di dominio. Finalità acutamente denunciate da George Orwell (1903-1950) nel suo libro più famoso, 1984, dove, fra le altre cose, si parla di una neolingua del tutto artificiale e utilissima per condizionare il pensiero delle masse: chi ha il potere di cambiare le parole – ci dice Orwell – cambia il pensiero. Insomma, «chi ha linguaggio, “ha” il mondo». Una drammatica conferma di come un linguaggio artificiale possa prestarsi alla manipolazione del pensiero emerge dal dibattito bioetico e, in particolare, in relazione alla condizione del figlio, che sia prima che dopo il parto risulta vittima di ingiustizie che la neolingua dapprima edulcora per poi, complice l’abitudine, rende interamente accettabili. Gli esempi sono almeno tre e, a seconda dei punti di vista, risultano uno più grave dell’altro.

Ivg, ovvero: “Interruzione volontaria di gravidanza”. Ora, chi mai potrà spaventarsi o potrà sperimentare qualche forma di opposizione dinnanzi all’acronimo Ivg? A chi potrà mai far paura questa brevissima sigla? Eppure sia Ivg sia la sua estensione, “Interruzione volontaria di gravidanza”, definiscono un fatto tremendo come l’aborto volontario, che comporta l’eliminazione fisica di un figlio innocente mentre si trova ancora nel grembo di sua madre. Se riflettiamo su questa pratica violentissima – non a caso già condannata da Ippocrate (460 a.C. – 377 a.C), che non era né cattolico né cristiano – corriamo il rischio di trovarla non solo ripugnante, ma soprattutto ingiusta nei confronti del figlio. Se poi veniamo informati del fatto che, prima del parto, non solo esiste il figlio ma costui ha già un suo corpo completo di cuoricino, arti ed organi interni, si fa oggettivamente dura ogni giustificazione della pratica abortiva. Un’eventualità, questa, che il Pensiero Unico desidera scongiurare, per l’appunto, a suon di Ivg.

Fivet, ovvero “fecondazione in vitro”. Anche qui vale la stessa domanda di prima: come si può avere paura della Fivet? Impossibile, anche perché aiuta le coppie che faticano o non possono avere figli ad averne: oltre che non negativa, la sigla Fivet sembra evocare davvero qualcosa di positivo e rasserenante come l’immagine del figlio in braccio, appena nato, gioia di mamma e papà che, gioiosi e commossi, lo guardano. Se però si inizia a riflettere su cosa realmente comporti la fecondazione extracorporea – fecondazione di embrioni, crioconservazione ed impianto degli stessi, il tutto accompagnato da percentuali di successo (nascita del figlio) bassissime,  rischi di malformazioni congenite, malattie genetiche, problemi neurologici per il figlio e per la salute della madre che si sottopone ai trattamenti necessari alla procedura – ecco, se si riflette su questo, l’entusiasmo generato dall’immagine evocata poc’anzi del neonato sorridente, convince molto meno. Per questo i paladini del Pensiero Unico non hanno dubbi: parlare sempre e solo di Fivet.

Gap, ovvero “gestazione per altri”. E’ il più recente esempio di neolingua e vuole veicolare l’idea della gravidanza quale gesto di solidarietà per chi non volesse un disturbo lungo nove mesi e per le coppie omosessuali, costitutivamente sterili. Trattasi, in breve, della pratica dell’utero in affitto, resa possibile dalla disponibilità di donne poverissime. Non è un caso che la cosiddetta “gestazione per altri” sia particolarmente fiorente in India, con un business che ha già sforato il tetto stellare dei 2 miliardi di dollari. Peccato che alle donne che si sottopongono alla pratica dell’utero in affitto vada una frazione minima (2-3%) dei guadagni delle strutture dove vengono ospitate e dove, se durante la gravidanza qualcosa va storto oppure, semplicemente, il bambino “commissionato” non corrisponde al sesso richiesto dal committente, vengono fatte abortire. Grembi ridotti a contenitori e figli ad oggetti del desiderio sanno giustamente di orrore ma che ecco che, ancora una volta, il Pensiero Unico occulta tutto sotto la fredda sigla Gap.

Ma che cos’hanno in comune l’Ivg, la Fivet e la Gap? Anzitutto, lo abbiamo visto, sono tre modi egualmente artificiali finalizzati all’edulcorazione di pratiche inaccettabili; edulcorazione non casuale ovviamente, ma a sua volta funzionale alla creazione di consenso rispetto alle stesse, a riprova che «chi ha linguaggio, “ha” il mondo». C’è però un altro aspetto che rende tutto questo, se possibile, ancora più assurdo e tragico, una sorta di filo rosso che unisce queste sigle, Ivg, Fivet, e Gap. Si tratta del fatto che esse, pur corrispondendo a tre casistiche differenti, hanno una stessa vittima: il figlio concepito e non voluto, o fecondato in laboratorio, su commissione. E’ cioè la violazione del suo diritto alla vita – cui vengono anteposti ora l’autodeterminazione della donna, ora un presunto diritto alla genitorialità spacciato per cura della fertilità – il vero obbiettivo di stratagemmi lessicali assai opinabili ma necessari, nel loro essere menzogna. Perché solo così, solo mentendo è possibile rendere digeribile quando, senza Ivg, Fivet e Gap, apparirebbe per quello che è: la violenta e criminale supremazia dei forti sul più debole, colui che non solo non viene difeso ma che la neolingua neppure vuole che lo sia. Per rendere tutto più tranquillizzante fino a che la verità, in tutta la sua crudezza, non tornerà ad emergere. E a tutti coloro che fino a quel giorno avranno parlato di “interruzione volontaria di gravidanza”, “fecondazione in vitro” o “gestazione per altri”, non inizieranno a cadere le bende dagli occhi.

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