luci rosse

Ha senso seguire gli altri proprio laddove sbagliano? Per il Comune di Roma, evidentemente, sì. Si spiega solo così, con una buona ed ingenua dose di esterofilia e con l’incapacità di guardare in faccia la realtà – e non certo col realismo –, la scelta da parte dell’Amministrazione comunale della Capitale di procedere con una «zonizzazione» della prostituzione che possa portare, non appena la legge lo permettesse, alla creazione di veri e propri «quartieri a luci rosse» sul modello di quello olandese. Che però – questo è il punto – è un modello fallimentare e fallito; e non perché lo pensi o lo dica qualcuno invidioso dell’Olanda, ma perché sono loro stessi, da quelle parti, ad ammetterlo sulla base dell’esperienza maturata.

Nel 2007 – anni dopo la rimozione del divieto sulle “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha infatti commissionato un report, noto come studio “Daalder”, per fotografare la situazione. Ebbene, dalle sessanta pagine del report sono emersi quattro punti non esattamente positivi, che riportiamo testualmente: 1) nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Si è così confermato quanto emerso già l’anno prima, il 2006, da un rapporto della polizia che rilevò numerosi episodi di prostituzione forzata riportando come nel famigerato quartiere a luci rosse di Amsterdam tantissime donne venissero sfruttate dalla criminalità organizzata. Come se non bastasse, qualche anno più tardi, nel 2010, il RIEC Noord-Holland, un organo governativo deputato alla prevenzione del crimine, ha pubblicato una ricerca dalla quale è emerso un dato che contrasta pienamente l’idea – diffusissima ma assai ingenua – secondo cui la regolarizzazione di un fenomeno ne comporta la scomparsa del lato clandestino: appena il 17% degli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguardano bordelli legali.

Una percentuale corrispondente alla stima secondo cui circa l’80% delle prostitute, in terra olandese, svolge la professione illegalmente pur potendo regolarizzarsi mettendosi in proprio o prestando servizio presso uno dei citati bordelli legali. Che però, a quanto pare, non sono affatto la maggioranza, anzi. Morale: i famigerati quartieri a luci rosse, anziché superare l’ipocrisia, l’hanno alimentata facendo pensare risolto un problema – quello dello sfruttamento della prostituzione – non solo non risolto, ma addirittura peggiorato. E ora quei cervelloni del Comune di Roma, quindici anni dopo l’inizio dell’esperimento olandese che ha condotto agli esiti ricordati, si svegliano convinti d’aver trovato una soluzione che, in realtà, è a sua volta un problema. Che qualcuno apra loro gli occhi, prima che sia troppo tardi.

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