ultimo

Le letture consigliate dagli amici sono sempre le migliori. Ne ho avuto ulteriore conferma divorando “Ultimo”, testo curato dal giornalista Maurizio Torrealta e pubblicato da Feltrinelli alcuni anni fa. E’ la biografia di Sergio De Caprio, il Capitano dei Carabinieri passato alla storia come l’uomo che, dopo averlo gettato a terra con una coperta, ha messo le manette a Totò Riina, il capo di Cosa Nostra.  Ma è anche la storia di Crimor, la leggendaria squadra che De Caprio guidava e che, coi suoi arresti e le sue indagini, ha assicurato alla giustizia decine di latitanti. Nessuna delle loro imprese, spiega Ultimo, sarebbe però stata possibile se Parsifal, Aspide, Vichingo, Pirata, Ombra, Tempesta ed Arciere, prima di tutto, non fossero stati una banda di amici, gente innamorata della giustizia e pronta a sacrificarsi per 15 ore al giorno.
Perché quello di Ultimo non é un lavoro, e nemmeno una missione.
Le missioni finiscono, prima o poi; insomma, sono cose da militari.
Ultimo invece è un guerriero e Crimor – composta non da superuomini, bensì da “ultimi” nel vero senso della parola, vale a dire da militari difficili, spesso incompresi e che De Caprio scelse uno ad uno –, prima di essere sciolta, era al contempo il suo lavoro e il suo rifugio. La storia di questo eroe dei nostri giorni inizia a Palermo, nelle strade dove la legge dello Stato non è mai stata riconosciuta fino in fondo.
Come ogni guerra, anche questa è stata anticipata da tattica, preparazione, studio. Ricorda De Caprio: «Siamo scesi a Palermo […] abbiamo cominciato con la conoscenza del territorio, abbiamo passato un mese senza lavorare, facendo finta di essere turisti […] giravamo di notte con le cartine e le studiavamo, come fanno i paracadutisti prima di prepararsi a un’azione»(p.23).
Era un metodo di lavoro, quello di Ultimo, dai ritmi massacranti, ritmi che tuttavia non scalfivano minimamente lo spirito di Crimor, anzi:”Gli altri venivano a chiedere ai miei uomini:”quante ore di straordinario vi pagano? Ma il Tenente perché vi fa fare tanto lavoro? Fai il tuo lavoro e basta”. Perché risultava strano che gente giovane, che non aveva nulla, volesse lavorare tanto […] ci siamo uniti ancora di più, e siamo diventati una forza inarrestabile» (p.63).

Dopo mesi e mesi di lavoro, tremila rapporti, infiniti pedinamenti e decine di arresti, arrivò la missione che fece passare Ultimo alla storia. Erano le 8:28 di venerdì 15 gennaio 1993, quando Ultimo, avvoltolo con una coperta, perquisì e poi caricò di forza in auto Totò Riina che, riferiscono gli agenti di Crimor, era impaurito e tremante. Ebbene sì, quel giorno Salvatore Riina aveva paura; proprio lui che non si fece scrupoli ad ammazzare e a far ammazzare decine, anzi centinaia di persone, temeva imminente la sua fine. L’inaspettato arresto doveva aver impaurito persino Bernardo Provenzano, che, secondo le parole del pentito Cancemi, si interessò in prima persona ad un possibile rapimento di Ultimo, per farsi raccontare dal diretto interessato come diavolo avesse fatto, quello sconosciuto Capitano dei Carabinieri, a sferrare un colpo così micidiale a Cosa Nostra.

Soprattutto, Provenzano temeva che alla base dell’arresto di Riina ci fosse stato un tradimento di qualche boss. In effetti, Balduccio di Maggio diede indicazioni assai utili all’arresto. Ma non furono, come qualcuno si ostina a scrivere, le parole del pentito ad essere decisive, e nel libro di Torrealta si spiega benissimo come Crimor, in realtà, fosse già da tempo interessata a battere la zona di Via Bernini, dove Riina aveva il suo covo. Il peso dei sospetti, in particolare circa i ritardi sulla perquisizione alla villa di Riina, fu comunque tale che Ultimo, per un incredibile paradosso, venne messo sotto accusa da Antonio Ingroia (il pm amico di Travaglio, oggi candidato, che l’altro ieri accusava Andreotti e che ieri accusava Dell’Utri) e processato per favoreggiamento. 

Risultato? Il 3 febbraio 2006 fu prosciolto da ogni accusa, com’era inevitabile che fosse. Certo, le nostre istituzioni hanno un modo tutto loro di onorare gli eroi.  Anche perché, dopo questo infamante ed inutile processo, le sorprese, per De Caprio, non sono finite. Risale a tre anni fa, infatti, la notizia della revoca del servizio di scorta che fino ad allora proteggeva Ultimo. Ma il leggendario Carabiniere non è stato lasciato solo: i suoi sottoposti si sono offerti, nel tempo di libero, di istituire loro stessi un servizio di scorta per proteggere il loro eroe. 

Concludiamo con le parole di quest’uomo che, lontano dal successo e dalla notorietà, ancora oggi continua giorno per giorno la sua lotta per la giustizia: «La soddisfazione l’hai soprattutto quando lavori per strada, e arresti un latitante e ti rendi conto che di quelle persone puoi fare quello che vuoi, le umilii, come fanno gli indiani quando toccano la persona, perché per loro non è importante uccidere, perché sono gente pura, e noi ci sentiamo a quel modo e ci emozioniamo, non è lavoro, è lotta. Capisci che hai con te persone con le quali puoi andare a fare qualsiasi cosa, e che è gente bellissima, come le stelle del cielo, e gli vuoi bene e ti accorgi che siete la stessa cosa e quello che succede a loro è come se succedesse a te, e questo non lo impari nelle scuole o nelle università, ma sulla strada» (p.71).  Grazie di tutto, eroe senza volto.