lavoro femminile

Nel loro editoriale di oggi Alesina e Giavazzi prendono in esame la questione del lavoro femminile, così poco considerata – secondo loro – nella campagna elettorale. L’intervento dei due economisti, come sempre di alto livello, accanto ad una considerazione giusta contiene però una semplificazione che è bene chiarire e che peraltro ricorre spesso nel dibattito su questi temi. La considerazione giusta è che effettivamente in Italia l’occupazione femminile è molto bassa e questo rappresenta, per il nostro Paese, un potenziale inespresso che dovrebbe divenire presto oggetto di opportuna valorizzazione.

La semplificazione invece riguarda l’idea – formulata col solito esempio della Svezia – secondo cui «la fertilità è molto più alta […] dove quasi tutte le donne lavorano» (Corriere della Sera, 15/1/2013). Ora, è vero che, specie in Europa, laddove vi è occupazione femminile si registrano maggiori tassi di natalità. Tuttavia – questo è il punto che Alesina e Giavazzi omettono di specificare – questa correlazione non incide sulla curva demografica, che rimane purtroppo in picchiata.

Infatti, ad eccezione della Svezia, dove si registra una certa stabilità demografica, negli ultimi anni le cose sono purtroppo peggiorate ovunque, anche nei Paesi dove l’occupazione femminile è più alta che da noi: in Norvegia si è passati dalle 12,79 nascite ogni 1.000 persone del 2000 alle 10,8 del 2012; in Finlandia, nello stesso lasso di tempo e nel medesimo raffronto statistico, si è passati da 10,8 a 10, 3 nascite. Non ha fatto meglio, anzi, l’osannata Germania: nel 2000 nascevano 9,35 bambini ogni 1.000 persone, nel 2012 ne sono nati 8,35.

Se questi pur lampanti esempi non bastassero a comprendere che – diversamente da quanto pensano in molti – occupazione femminile (e asili nido) non sono correlati a maggiori tassi di natalità, è qui il caso di rammentare un esempio tutto italiano e ricordato dallo statistico Roberto Volpi. E’ il caso dell’«Emilia Romagna, già dalla fine degli anni Sessanta all’avanguardia fra tutte le regioni italiane con un indice di posti-nido ogni cento bambini migliore di quello europeo, il cento per cento di posti nelle scuole materne e un’occupazione femminile di livello europeo». Ebbene, nel pieno degli anni Novanta, dall’alto di questi record, in Emilia Romagna si è assistito – ricorda Volpi – «al precipitare delle nascite di anno in anno fino all’inconsistenza di 0,9 figli per donne […] record nel mondo ancora ineguagliato» (Il Foglio, 28/10/2010).

Questo significa che per sostenere famiglia e natalità occorre fare molto altro; per esempio aiutando non tanto e non solo l’ingresso in quanto tale ma la flessibilità lavorativa femminile, soprattutto nel privato: in Italia il 60% delle donne con un figlio e persino il 50% di quelle con due figli sarebbe disposto a farne un altro se solo fosse garantita loro un’assenza lavorativa solida e indolore, vale a dire con rientro garantito – diversamente da come avviene – senza penalizzazioni (Cfr. Blangiardo G.C. Fecondità e lavoro: la faticosa ricerca di nuovi strumenti per nuovi equilibri in Donati P. (a cura di) Famiglia e lavoro, San Paolo 2005, p. 123). Il punto è che in Italia le donne che aspettano un figlio non solo perdono il posto, ma spesso non vengono neppure assunte: un’indagine conoscitiva di qualche anno fa ha rilevato come a ben 107 donne sia stata chiesta, per procedere con l’assunzione, la certificazione di avvenuta sterilizzazione (Cfr. Il Messaggero, 18/10/1997)!

Il discorso sarebbe ancora molto lungo. Quello che qui ci interessava sottolineare, accanto alla condivisione dell’importanza di detassare il lavoro femminile, è la necessità di sostenere la maternità anche sotto il profilo lavorativo: le lavoratrici che divengono madri non sono da penalizzare, così come non lo sono le madri lavoratrici che vorrebbero altri figli ma oggi lasciano in un cassetto il loro sogno nel timore di ritorsioni. La vera sfida e la vera discriminazione, insomma, si chiama maternità: nel lavoro e fuori. Ed è da qui che la politica ha il dovere di ripartire.

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